Un segno del cielo? I miei commenti, a parte quelli a me stesso, finiscono in spam. Forse è l’anticamera del solipsismo de noantri, ovvero l’autoreferenzialità. Oppure, più banalmente, ho pasticciato con wordpress e come si sa dagli spaghetti western, io posso perdonare, ma wordpress no. Comunque sia, il 2008 è finito con un furto di parole, uno sciupio di sentimenti, dissolti in vibrazioni d’onda. Nell’immagine che ho del virtuale, le parole, sbriciolate tra dita amorevoli, trovano passeri che becchettano e che, indarno (questa la regalo a me), se ne sciamano allegramente.
Mi piacciono meno le parole buttate, le disavventure della tecnologia, ma i pensieri positivi ci sono e quelli mica me li possono rubare. Adesso entriamo a gamba tesa nell’anno, ché il gioco sarà duro, ma la squadra, ben diversa da quella del cavaliere, c’è. E’ la squadra degli incazzati con ragione, degli insofferenti della melina, degli affamati di giustizia, degli incapaci di capire. Perchè non c’è niente da capire oltre l’evidenza e di questo ormai ce ne facciamo insoddisfatto vanto, nel dire, nel chiedere, nel protestare.
Ad altri momenti le previsioni del tempo economico- sociale, per oggi entro nella consapevolezza che sono qui e ora.
Buon futuro, adeguato alle attese, a tutti i viandanti.
Vorrei dedicare il 2009 al camminare, al migrare lento.
Camminare procura pace, equilibrio, libera dai pensieri circolari. Quando si cammina con lo zaino in spalla, quando gli alberghi sono dove si arriva, tutto viene ri-ordinato, le necessità si riducono ad una lettura per il riposo, un taccuino per scrivere, acqua e poco cibo. Le scarpe e i piedi sono il centro dei problemi quotidiani e la pulizia, l’abbigliamento vanno all’ essenziale. Ma il mio migrare è un migrare da ricchi, fatto non di necessità, bensì di piacere vitale.
‘N Ballo è un signore straordinario, senegalese, che spiega con semplicità sia la banca delle capre della sua onlus, sia la spinta triste del migrare. Parla delle madri che chiedono ai figli di andare via dalla polvere del deserto che avanza, dalla miseria, dalla fame, dalle malattie. Racconta del denaro raccolto vendendo ogni cosa per pagare le traversate verso la Spagna, parla dei naufragi senza storia, del muoversi alla ricerca di un rifugio in un paese sconosciuto, del lavoro senza aggettivi, che faccia sopravvivere e poi mandare qualcosa a casa. Parla delle lettere che arrivano al villaggio, enumerando i morti, chi non si è salvato. Racconta del dolore vociante e muto, degli altri figli che faranno lo stesso tragitto. Non condivide la migrazione, ‘N Ballo, sente che il suo paese muore ogni volta che energie giovani se ne vanno, ribadisce che la legge e i codici si rispettano anche quando non si conoscono, che la clandestinità è un reato. Ma chi depreda il suo paese rispetta la legge? Anche chi in passato ha imposto lingua, religione e cultura, ha rispettato la legge? Qual’è la legge, allora? La storia umana è fatta di migranti, la civiltà è fatta di contaminazioni, la razza umana, habilis o meno, è uscita da foreste, inseguita dal clima, dalle disperazioni, dalle sconfitte e si è spostata cercando pace e vita. L’azzardo contemporaneo è che si possano gestire le migrazioni senza che la cultura dell’uno sopraffaccia quella dell’altro, che vi sia un moderato conflitto tra le diversità attendendo che emergano le bellezze condivisibili tra diversi. L’economia regola secondo utilità e rendere evidente l’utile è opera di misericordia: ti accetto perchè mi servi, perchè la mia ricchezza dipende da te. Questa regola, molteplice quando interviene su più economie, si avvicina alla giustizia, alla legge, sviluppa il paese d’origine solo perchè l’interdipendenza serve ad entrambi. Ma l’ interesse, la giustizia non devono essere buoni, solo equi. Ciò che non è accettabile è che trionfi la legge degli scafisti: chi attraversa il mare vivo e ha pagato per farlo, viene ributtato nel paese d’origine, dove poi ritenterà e pagherà nuovamente, perchè non ha alternative se non la morte. Allora chi viene favorito da una politica che semplicemente ributta a mare? Chi gestisce la traversata, chi lucra sulle vite, la corruzione dei doganieri del deserto, la ferocia di chi butta a mare vivi e morti. Questa condizione è ulteriormente ingiusta se pensiamo che riguarda solo il mare: per immigrare a nord basta prendere un treno e le frontiere sono senza pericoli.
Il 2009 sarà l’anno in cui ricomincerò a camminare, ma sarà un migrare sicuro, da ricchi. La mia cittadinanza farà scudo, sono un cittadino della parte giusta del mondo e quindi di tutto il mondo, sono altri i passaporti che non servono a nulla.
La lentezza non mi impedirà di andare, mi aiuterà a vedere.
Vi auguro di uscire dalle case, di pensare all’aperto, di usare, come farò con qualcuno di voi, la lentezza per condividere e vivere.
Tutti parlano a voce altissima, i clienti, i venditori, i figli dei venditori e dei clienti, tutti assieme. Tutto in dialetto, senza sosta, passando dal grido di richiamo alla contrattazione. Il venditore di olive, mi ha urlato: qui un timpo, c’ira il mmare eindicava il ponte della ferrovia e poi l’ha ripetuto piano il mmare, assaporando le parole, stupito e consapevole.
Si cammina tra acqua e sangue, scorze di verdure, lische. Gli animali verranno poi a fare il loro lavoro, per loro adesso, troppa gente, troppe ostilità, la paura circola bassa, a pelo d’acqua, condita di pedate. I piccioni aspettano indaffarati ai margini, facendo finta di bere.
Inimicizia è ciò ch’è più prossimo a noi. Non giungono
forse sempre gli amanti, l’uno nell’altro, a confini,
loro che pure si promettevano distese, caccia, dimora.
Per il disegno d’un istante, s’appresta
a fatica uno sfondo a contrasto,
che lo si possa vedere; per noi c’è tanta
chiarezza. Non conosciamo il contorno
del sentimento: solo ciò che da fuori lo informa.
Chi trepido non s’è seduto davanti al sipario del cuore?
Alla fine s’aprì: e di scena era l’addio.
…
Io ancora rimango. Sempre c’è da guardare.
Rainer Maria Rilke: IV.Elegia da Le elegie duinesi.
Nella luce del sentiero Rilke, le falesie impazienti, si gettano a mare. Le vedo, rigate da acqua e vento e minate nelle radici di pietra, che stanno, impavide e dialoganti con arbusti ed erbe di mare.
Simboli sciolti per pensieri : dentro, fuori, luce, mare, dentro, ancora fuori. Così senza limite apparente, pennellate sovrapposte a dare pastosità al colore, senso, …
E mi ritraggo dal pronunciare quella parola così facile ed ostica; sapendola, ormai, imprescindibile ed ultima nel suo duettare con noi.
Sono sceso da Castelsardo verso Stintino, la mattina dopo Lunissanti.
La domenica delle palme c’era così tanto maestrale che buttandomi in avanti non cadevo e la sensazione era di essere portato via. Un metro e 91 per 90 chili che vola sopra i tetti. Un fuscello maneggiato dal vento: bellissimo.
La notte successiva la processione con le confraternite e i figuranti. L’immagine del violinista di Chagall e della sua inquietudine, mi accompagnava nella notte. C’è lo stesso sapere arcaico in chi suona un violino o modula la voce sulla monodia del canto rituale. Entrambi sanno che in aria suoni e pensieri si combinano: gradevoli, profondi, inquietanti. Dipende.
I sogni da ” Mandrolisai” svaniscono con il giorno: a Stintino, dunque, in cerca di spiaggia e mare severo.
E a Stintino, tra le parole leggere del mezzogiorno, sono spuntati i cercatori di ricci. Appena riparati tra cespugli e rocce, con mastelli di plastica, già pieni.
L’offerta del riccio aperto, con il pane da intingere e il vino é stato il gesto antico dell’ospitalità al forestiero. Richieste di notizie? Poche, sulla provenienza e sul dialetto. Qualche ricordo di lavoro o militare, qualche parente emigrato: Lo conosce? Abita lì da tanti anni. Non lo conoscevo, ma era come l’avessi frequentato.
Ho pranzato con i ricci, tra folate di vento, chiacchere sui carciofi “moretti” e sul cantar parlando, mescolando ricordi di solitudini isolane. Solo a volte -e per caso- la bontà dei ricci ha soverchiato il piacere dell’esserci. Solo per caso abbiamo mescolato dialetti e riso in silenzio.
E con le pause lunghe, la sera è arrivata presto.
Si promette, la sera e si crede alle promesse, di esserci, sentirsi, rivedersi. Forse è per il rito del fuoco, che rinserra persone e pensieri in cerchi magici di condivisione. Forse perchè c’è una vita parallela che a volte tocchiamo, rendendo sbiadita l’altra che pratichiamo. Forse perchè quello che manca è al suo posto che attende. Sia esso uomo, cosa, sentimento, amore. Forse…
A Stintino torno solo per i ricci e per il maestrale. Ogni anno.