tra fiaschi e cucine

Ci sono persone che mi ricordano le cucine delle case dei divi. Enormi e perfette, immacolate e ripetitive, con i frigoriferi vuoti oppure pieni di liquore. Mono tematiche: la cucina è cucina, non c’entra con il cibo, mica come noi che frequentiamo taleggio, stracchino, vini rossi e pollastri.

Di una persona cerco il fiasco e il suo contenuto, come quand’ero piccolo e lo vedevo sopra la tavola, col suo anello d’olio per proteggerlo. E mi pareva una cosa da grandi, ma con lo zucchero, buonissima. Cerco il genuino protetto e non il finto. Gli assaggiatori sono persone a servizio di qualcuno: la peggior cosa che mi passa per la testa nei rapporti umani. Proseguendo di metafora (Per cortesia non guardate il dito) c’è una differenza sostanziale tra un bevitore, il vino che beve e gli effetti che ha. Il bevitore ama il vino e i suoi effetti, il vino dev’essere buono, ma al servizio dell’effetto. Diverso il compito del gourmet o del sommelier, per lui il vino è un fatto estetico, da valutare prima degli effetti, con il piacere che si ferma alle papille gustative ed olfattive, poi si può sputare. C’è una circolarità in questo ragionare, e torno alla cucina, il bello è utile, oppure il bello sussiste nel contesto, nella mano, nella bocca che lo assaggia? Tralascio la terza ipotesi, quella più suggestiva ed ardua, ovvero della sussistenza del bello fuori dall’esperienza, cosa vera e poco utile agli umani. Dovendo scegliere, propendo per la seconda ipotesi, anche se della prima non se ne potrebbe fare senza: meglio se il bello diviene contenuto anziché suggestione di superficie.  Il movimento per la liberazione della mia cantina, ieri sera ha dato fondo ad un Margaux, gran crù classé, Chateau Rausan-Segla, 1993, ad un amarone Recchia, 2003, ad uno champagne Gaston Chiquet, gran crù, blanc de blancs d’Ay, 2000.  Considerati gli anni, e non potendo verificare lo stesso contenuto in contesti di tempo diversi,  tutti noi, amanti del bello eravamo consci del pericolo della suggestione di superficie, ma è prevalso il buono e l’utile. L’assoluto è altrove. 

E non è così anche per gli uomini? Noi ci verifichiamo come siamo ora, nel bello di adesso, che non è un bello residuo, ma il bello possibile ed utile.

Antica questione sollevata con un cucchiaio di legno di fico. Non basta essere belli, a volte non basta neppure essere utili, meglio entrambi, è essere stronzi che non si perdona mai.

4 pensieri su “tra fiaschi e cucine

  1. Se potessi raggiungermi in tempo,far un’ora circa qui da me si pranza con polenta e spuntature di maiale,bicchieri di vetro abbastanza spesso riempito di lambrusco Lombardini-Campanone.Se però non potessi (come presumo) all’ora del pranzo,va benissimo anche questa sera sempre con lambrusco ma al posto della polenta,cappelletti col brodo di gallina,quello coi cerchietti d’oro,per intenderci.
    Un bacio anche se virtuale e…sempre un’Evviva alle ottime cucine emiliane pulite sempre mai asettiche accoglienti anche se nell’essere grezzi per quell’essere nostrani.Mirka

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  2. Quel micio rosso che ogni tanto posti mi fa sempre battere il cuore.E sai una cosa curiosa? Non gli piaceva il latte ma il vino buono.E come si leccava i baffi! E io…giù a ridere.Nell’oggi,invece debbo vederlo solo qua.Perchè quello che vedo è proprio il mio nobile Omero.Mannaggia! Mirka

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