Il due agosto 1980, prima di mezzogiorno, ero da poco fuori Adria. In macchina con me, mia moglie e mio figlio. Avevo una 128 blu che correva nella campagna d’agosto verso Rovigo. Lì, tra il verde ed il giallo dei campi, in quella campagna così bella di sole e d’acqua, sentii dell’attentato alla stazione di Bologna. L’istinto fu quello di dire: andiamo. Non per vedere, ma per dare una mano. I militanti, ci chiamavamo così allora, c’erano, non avevano paura. Poi pensai all’inutilità, quanto stava accadendo a Bologna, poteva essere l’inizio di qualcos’altro. In quegli anni il timore di un colpo di stato era forte. E non era accaduto in un posto qualsiasi. Bologna. Un simbolo, un baluardo.
Non avevamo capito nulla, abbiamo vissuto in quegli anni, ma eravamo altrove pur essendoci, pur restando nell’occhio del ciclone. Sembrava fosse nell’ordine delle cose, vivere nell’insicurezza, Pensare che il treno non era poi il mezzo così sicuro che ci consigliavano i genitori.
Parlavano di alcuni morti e di feriti, al Gr2, ma col passare del tempo, il racconto, la cronaca rendeva l’atto per quello che era: un gesto di guerra. Credo che il fascismo, così come lo intesero gli estremisti di destra estrema, i golpisti, avesse lo stesso segno delle stragi che si sono consumate poi in Europa. Ultima questa di Oslo, che il dato fosse il gesto eclatante, la risonanza, lo scuotere l’albero dalla radice per troncarla e sradicarlo. Non successe perché nel conto, non entra mai la reazione positiva, la disperazione che supera la paura, non il dolore.
Ciò che venne da Bologna fu l’orrore che le stragi sui treni non erano riuscite a portare così in alto, Fu la consapevolezza che eravamo paese, comunità e il resto, qualunque fosse il motivo, era barbarie.
Non ci sono state verità, come in quasi tutte le stragi, e in molti attentati. I processi si sono conclusi con condanne, ma resta l’impressione che non tutto si sia detto. Ogni volta che passo in stazione a Bologna guardo quella breccia, mi interrogo su quanto sia stato fatto e quanto si poteva fare per sapere, eradicare, impedire dopo la strage. Mi chiedo cosa valga la memoria civile, Quanto la misericordia si debba esercitare dopo la giustizia. Però prima la giustizia, poi, forse, il perdono. E quel prima non è ancora concluso, quella breccia è ancora aperta, Ogni commemorazione la tiene intatta. Spero che un presidente della Repubblica, un capo del Governo, un vice presidente del Csm, vada prima o poi in quella piazza ed assicuri che si chiuderà quella breccia.
E che non si riaprirà mai più.
Per tutte le Guernica che mettono uomini e città in una rete del dolore senza ragione.

Hai detto tutto tu, nulla c’è da aggiungere!
MA sono rimasta oltremodo delusa dalla mancata presenza del governo alla commemorazione.
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Anche io ho poco da aggiungere a quello che hai detto.
Solo i miei ricordi.
Avevo fatto la maturita ed ero sulla nave (diurna) per andare a Genova e poi da lì in macchina a Parigi.
Ero con il mio ragazzo e con altri due amici.
Sulla nave abbiamo saputo.
E’ stato terribile.
A Parigi sono stata per 3 settimane e cercavamo di sapere, di capire.
(non c’entra niente con questo. Il ragazzo con cui stavo – siamo stati insieme per quasi 8 anni – se ne è andato via per sempre questo febbraio)
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Per la cronaca, ero in Val d’Aosta, la sera arrivò un amico che era militare a Bologna. Sconvolto dall’essere passato su quel marciapiede non più di due ore prima dell’esplosione.
Però hai ragione tu, ricordo bene questa percezione alterata in cui le bombe, gli scontri, gli agguati, i morti parevano essere la normalità.
Ma ricordo anche questo forte senso di comunità – e a dispetto degli anni più pacifici che sono arrivati più tardi, non so se ne saremmo ancora capaci.
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per non dimenticare-
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stavo andando in meridione ( a palinuro) con i miei amici di allora, guidavo per la prima volta la mia mini blù, e ascoltavamo in maniera molto compulsiva sono solo canzonette e sono o non sono il capitano uncino…eravamo in un autogrill, a fare colazione. la tv accesa, passavano le immagini. guardavamo, un po’ rincoglioniti dalla notte passata a guidare, un po’ con la voglia di mare, un po’ con l’idea ci risiamo. eravamo allenati ( lo so che è molto brutto da dire, ma quanti morti abbiamo contato ?) alle stragi, ai gambizzati, alle br, la nostra gioventù è stata costellata di morti, a pensarci.
non ho mai creduto che fossero stati mambro e fioravanti, che allora avevano vent’anni : li pescarono a caso, potevano essere altri era uguale.
non sono così ottimista, Roberto. Le stragi in Italia non le ha mai chiuse nessuno, non c’è mai stato il mandante dichiarato, tutto è avvolto nelle nebbie spesse degl’anni.
il governo non è andato a Bologna ma non è neanche presente adesso che stiamo vivendo sull’orlo del burrone e nessuno ci sta salvando.
vanno in pellegrinaggio a Gerusalemme : manca Monicelli e manca Vittorio, per il resto è l’armata brancaleone.
Tristemente Roberto dobbiamo prenderne atto.
un pensiero va alle famiglie di quei morti, di tutti i morti per strage, che non hanno mai avuto una risposta ai loro perchè.
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Credo da tempo nel fatto che un Paese così pieno di verità irrisolte, ferite profondissime della coscienza civile, un Paese cui sia stata sottratta la verità-memoria collettiva sulle sue pagine più buie, non possa dirsi mai un Paese per intero: il patrimonio del dolore condiviso, sollevato da fatti come questo di Bologna, ci è stato violentemente sottratto, insieme alle altre verità sulle tante stragi, privandoci della possibilità di ritrovare tutti il senso e la forza di un destino e di una casa comune.
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Un consiglio: “Strage” di Loriano Macchiavelli.
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Verità e giustizia, diritti sacrosanti che un paese civile non dovrebbe negare mai. Almeno sulle stragi, per iniziare.
la nostra coscienza li suggerisce, quei morti li pretendono a piena ragione
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