C’è un sole da cantiere, quasi fuori posto per febbraio. E’ quel sole che asciuga ed incolla schizzi di fango dappertutto. Sul container con le finestre che fa da ufficio-mensa, sul prefabbricato appena montato, sulle sponde dei camion che si ostinano a correre troppo e scavano buche sulla pista. Ognuno sa quello che deve fare, i martelli pendono dalle cinture da lavoro, i guanti, tavole da getto, materiali accatastati, le gru gommate che si spostano in continuazione. A mezzogiorno pausa, ma il sole ha tirato fuori gli uomini dal container, li ha mischiati, finalmente, tra fumatori e non, e mangiano. Le chiacchere in tre lingue si sono fatte tessuto. Risate.
Siamo alla soglia del pomeriggio. Intorno fabbriche, molte, hanno già ripreso a lavorare. Anche i camion iniziano a far colonna in entrata e uscita. Il just in time impone mobilità veloci, non c’è magazzino, i pezzi passano di macchina in macchina, entrano semilavorati, escono complicati prodotti finiti.
Mi piacevano gli ingranaggi. Circonferenze dentate, sinuose d’infinite curve, smussi, archi che impegnavano compassi al limite d’estensione. Lucentezze d’uso, olio come su corpi pronti alla lotta, ruotavano piano, si accarezzavano tra denti lievi d’attrito, pronti a spiccare in accelerazioni folli, fatte di sussurri. Un orecchio esperto sentiva normalità e sofferenza in quel fruscio da vento di metallo, che agitava aste, trasmetteva moti sghembi attraverso cardani, finché, alla fine, s’acquietava in risultati lontani da tutto quel muoversi, sussurrare, impegnarsi in corse rotanti. Poi feci chimica e la nostalgia s’acquattò in un lato del cervello. Inoffensiva, ma pronta ad un sorriso per la meccanica. Allora, la meccanica, sembrava surclassata dall’elettronica ed ancor più da quelle schede piene di piste di stagno che conducevano tra componenti statici. Guardandole in controluce sembravano città di notte, però mancava la vita, si toglievano i moti visibili, e si trasferiva tutto su flussi d’elettroni senza rumore apparente. Al più qualche fischio di sofferenza malata dal calore. Come topi. Ecco, pensavo a quel correre di cariche come a topi in tubazioni sotterranee, al massimo non potevano che stridere di paura o di piacere. Sempre lo stesso verso, non come gli ingranaggi che quando godevano del loro moto si muovevano per aliti, sussurri, carezze d’attriti.
Mi sorprende la complicazione svelata dei lavori, le abilità in piedi di chi manovra macchine, guarda numeri e segni grafici su schermi, mentre poco distante utensili tagliano il metallo, mani di pinza prendono, occhi elettronici guardano, scelgono, ripongono. Dentro la fabbrica il sole non arriva. Prima, appoggiati al muro, ( e sembrava un film neo realista), operai fumavano aspettando l’inizio; guardavano il sole, la cancellata, parlavano di lato, con calma, assaporando l’aria. Poi al rientro, ciascuno al suo posto, statici quasi, senza quel passeggiare di cantiere, quel muoversi ad ondate di necessità. Eppure ancora, nel rumore controllato delle macchine, la consapevolezza di un’abilità rendeva attenti. Il pensiero del fare si mescolava con la vita, si impastava con il fuori.
C’è crisi, il futuro è una macchia che gli operai vedono sul muro bianco, come paura che s’apra un foro, che entri il sole e fermi tutto e tutti. Anche le macchine. Quando si fermano le macchine, c’è una sensazione di vuoto negli operai, d’inutilità, il futuro è quel rumore controllato in decibel dalla medicina del lavoro, è quel pulsare che quando si ferma la sera diventa un’onda di silenzio che ammutolisce. Ma poi il parlare riprende, perché domattina le macchine torneranno a muoversi e quell’ammutolire era un silenzio goduto, un sollievo prima di altri rumori.
Ad un anniversario, dissi che la sera, spesso mi fermavo fino a tardi in ufficio. Spegnevo la luce un po’ prima di andarmene e dall’alto, al bujo, guardavo le luci rosse e bianche che si muovevano sulla tangenziale, le fabbriche ed i laboratori tutto intorno, il corpo dell’interporto che si svegliava e muoveva container, appendendoli alle gru. L’orizzonte, verso la città ed i monti, era rigato d’un pulsare rosso di segnalazione, di camini e ripetitori altissimi, di uffici che spandevano luce bianca nella notte, d’un brulicare di camion verso i mercati all’ingrosso e di auto che cercavano puttane, di uomini e di donne che andavano verso il turno di notte dell’acciaieria. Aprendo la finestra, dissi, veniva un rumore fuso, fatto di fresco, di buio, di colori, di pensieri singoli, desideri, stanchezze, volontà direzionate. Un suono continuo, come di fisarmonica, dove i tasti e le mani erano tanti e la melodia inspiegabilmente si componeva, diventava unica. Ed io trovavo che c’era un linguaggio della zona industriale, parole di poesia propria e di uomini, e che tutto questo mi commuoveva come fosse un’impresa collettiva da sostenere, da portare innanzi assieme.
Sentii gli sguardi increduli, i commenti a bassa voce punteggiati di sorrisi ironici, un dimenarsi, da impazienza, nelle sedie.
Qualcuno mi prese da parte: avevo forzato per retorica, ma non ero via di testa, vero? La sera non mi fermavo a luci spente, andavo via con gli impiegati, la zona industriale e il lavoro erano altra cosa. Era così, vero?
il fatto è che sei un rarissimo caso di imprenditore-scrittore-poeta
che ne sanno, loro?
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