Io mi commuovo e non me vergogno.
Così pensa ulisse, ma non è stato facile arrivarci.
Non è una cosa da vecchi, mi è sempre successo.
Pensa a dove non capiva le parole, agli sguardi, alle situazioni. E soprattutto quando gli pareva di sentire i pensieri anche se la lingua era di segni. Allora non c’erano parole da dire, e la comunicazione era il silenzio ed il sentire forte.
Mi commuovo per la percezione del dolore, della disperazione, per la gioia, la pienezza, ma soprattutto la sensazione di ciò che muta violentemente qualcosa. Non succede spesso, ma succede. Lo pensa mentre guarda le raccolte di foto, i libri fotografici accumulati sul tavolo, i ritagli e le fotografie appese alla bacheca in cucina. Pensa alla commozione che gli suscita il principio dell’amore, la percezione di ciò che nasce in sé e nell’altro, i pensieri che si crede d’indovinare e che sono la proiezione del nostro bisogno d’amore che incontra un altro bisogno. E per una magia che nessuno spiega davvero, tutto risuona, nell’abbandono, rifiuto doloroso, accettazione, abbraccio, abbandono. E alla commozione che segue, precede, accompagna. E’ come essere investiti da una percezione, scossi profondamente, piegati dal vento ma non spezzati. L’immagine nella testa di ulisse, è quella del bamboo che oscilla e canta nelle bufere. Pensa che la commozione faccia parte di questo, dell’essere nel mondo, bufere comprese.
A volte la sento come una mia inermità, una vulnerabilità. Ho imparato a difendermi nel tempo, a chiudermi e contrattaccare. Non credo di aver mai attaccato per primo in vita mia, ma se mi difendo, lo faccio davvero. Alza lo sguardo, davanti ci sono i tetti, una borsa capiente attende, piena di carte. Sa che quelle carte tra poco non serviranno più a nulla, che bisognerà viaggiare leggeri, conservando il necessario.
Portare con sé i sentimenti, la capacità di sentirli. Questa percezione delle emozioni, mi ha difeso dall’aggressività, pensa, mi ha fatto togliere i recinti ed al tempo stesso reso cosciente di una mia identità propria, non determinata da altri. Sono capace di soffrire e gioire per mio conto, posso condividere, ma non vivo di luce riflessa. Per questo non mi vergogno se mi commuovo, sono io e basta.
forte e nello stesso tempo vulnerabile, il tuo Ulisse
va incontro alle cose della vita, senza schivarle
ci vuole coraggio ad accettare le emozioni che piegano in due
ci vuole una profonda coscienza di sè per non spezzarsi
ed il giusto orgoglio per non rischiare di perdersi
non ho aspettato invano
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“aspettato” il post, intendo
non sono Penelope (non ne ho la pazienza)
🙂
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