Amapola se n’è andata molti anni fa, portandosi il suo essere gatta, strana, pronta alla tenerezza e al graffio. Sarebbe stata un magnifico giornalista, presente ai fatti dell’orto cittadino e indolente verso il mondo che non la riguardava. E’ scomparsa come sanno fare i gatti, senza lasciare tracce fisiche, lasciando un ricordo pennellato di tempo, età, intonaci sbrecciati e case antiche, mai più abitate.
Rimasto il nome ed il ricordo amoroso, non sapevo a chi attribuirlo. Così il tentativo di sovrapporlo ad una ragazza fallì senza appello, per incompatibilità di carattere. Chi poteva essere così strana da allevare un cane e ricordargli d’essere tanto gatta da cacciarlo dalla sua cuccia? In quegli anni in cui si discuteva moltissimo di liberazione, di amore libero e coppie aperte, Amapola rimase un’icona ed una semplificazione di pensiero: aiutava persino negli aneddoti.
Ma soprattutto, anche se non credo si possa usare il pronome possessivo per un gatto, è rimasta l’unica mia gatta di sesso femminile.
Amapola forever…
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