La palla volò altissima, le teste dei piccoletti sollevarono il naso e la videro ben oltre le cime degli alberi. Ventidue piedi confusi, furono disattivati dagli occhi. Che occhi! Prevalentemente neri, grandi, intenti a parlare con i pensieri bambini e con qualche preoccupazione saettante: Cadrà? E dove? Devo tornare a casa.
Che sole ed è quasi sera. Verde e gialla, la collina retrostante, sembrava velluto d’erba ed alberi. Lo videro anche i due vecchi, che si allungarono sulla panchina al bordo, scambiandosi un silenzio. Tra chi ha già detto molto, succede, ed è solo la noia del sentirsi dire.
La palla infine cadde (solo il tempo era sospeso), con uno sbuffo di polvere e due rimbalzi stanchi. Allora tutto si rimise in moto: piedi, voci, sudore nuovo di zecca e tra pedate e speranze il pallone si avvicinò all’unica chiazza d’erba, vicino al corner di sinistra.
Lì, per qualche oscuro disegno del creato, la vita e l’acqua avevano trovato un accordo.
ovvero l’anestesia del particolare: scritto giovedì sera ai bordi del campo di Tiana e mi pareva che il continente fosse davvero distante
e forse lo era davvero distante.
la seconda o terza volta che leggo il tuo post.
e ogni volta m’incanto.
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moooolto distante e…
“Tra chi ha già detto molto, succede, ed è solo la noia del sentirsi dire”
forse è che stiamo approdando all’anestesia senza particolari
un dolente ciao
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come un attimo senza respiro…
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