miti

Chi è tra i quaranta e i sessant’anni appartiene ad una generazione che ha avuto felicità particolari. I miti duravano a lungo, erano coinvolgenti e lasciavano tracce profonde. Succede anche ora, direte. Nò, mi pare sia diverso, che tutto si consumi in fretta, che la precarietà investa ogni parte dell’esistenza. La precarietà, non la velocità, ovvero la capacità di prendere emozioni dal mezzo in cui si è. La precarietà, anche quando si stabilizza, nel lavoro, nei gusti, nei sentimenti è una condizione di insoddisfazione del bisogno e come tale non si può spalmare su qualche simbolo positivo. Fino a non molto tempo fa, i miti erano in politica, nella musica, nella scienza, nel cinema, nelle arti. Pensate a Sergio Leone, tra “per un pugno di dollari” e “c’era una volta in america” passano ben oltre dieci anni e quello che si stratifica nelle coscienze è che ci sia un modo di interpretare l’america che non ha bisogno della storia, ma degli occhi del mito, con stereotipi applicabili ad ogni situazione. E il sodalizio Battisti-Mogol, oppure Guccini, la permanenza di De Andrè, di Sinatra o dei chansoneur francesi e belgi, oppure, oppure… Quando Natta vinse il premio Nobel per la chimica gli italiani non sapevano cosa fossero i polimeri, ma il moplen e Natta furono collegati per anni. Ora si consuma tutto presto, quasi nessuno si ricorda dei nostri premi nobel e perchè sono importanti, non sono dei miti, per l’appunto. Forse Rita Levi Montalcini, fa eccezione, anche per l’età da primato, oppure qualche capitano d’industria, che pur senza raggiungere Giovanni Agnelli, rappresenta il potere stabile del denaro. Per il resto, tutto si consuma nella precarietà della condizione e quando non ci sono orizzonti decifrabili, i miti sono altrettanto precari, destinati a consumarsi presto. Mi rendo del privilegio: parlo di cose che conosco, che posso surrogare anche ora, che sono ancora tali da provocare entusiasmi. Posso rimuovere gli aspetti negativi di un’età fatta di contrasti, ma la felicità e il diritto a questa, è stata un tema di massa, fortemente condiviso, cercato, praticato. Credo che la grande rapina nei confronti dei giovani sia proprio la precarietà e il togliere loro la capacità di avere sogni lunghi.

4 pensieri su “miti

  1. IL MIO MITO
    sarà sempre la rivoluzione della vita.Libera dalla alienazione delle cose,anche quelle che muovono un sotterraneo,dalla oggettività e,pur cercando di esprimermi nella dialettica del concreto,dell’esistenza,porrò sempre al centro di tutto il cuore della vita,con la possibilità di singolarizzarlo con qualcosa che sia suono originale,unico e irripetibile pur aspirando al più grande dei sogni lasciato da chi mi ha preceduta.Bianca 2007

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  2. penso che questo sia successo con l’avvento degli anni 80, del famoso riflusso..non se ne poteva più del piombo, delle frasi sempre uguali a se stesse ( la presa di coscienza del proletariato uhhhh….quante volte l’ho sentita..), e ci si è buttati in lustrini e pailettes..
    berlusconi e la sua televisione hanno fatto il resto : la vita è approdata veramente nel grande fratello, ma il grande fratello dura un mese, e poi sgombera, per far posto alla talpa, che poi sgombera per far posto all’isola dei famosi, che poi sgombera per…
    e tutti a far la coda per entrare nel cast di un reality, dove non ci sono i divi ma tu, persona normale, che diventerai un divo per un mese..
    penso che sia successo questo.
    adesso, forse, la crisi economica porterà a riflessioni sui consumi, si cercherà qualcosa che duri nel tempo e non che si butti dopo un mese.
    forse anche i ragazzi impareranno a consumare meglio, e da lì il piacere di riscoprire le cose.
    chissà willy–chissà come sarà.

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  3. Devo essere stata fortemente anomala.
    Precaria ante litteram. Precaria in testa. Con dei riferimenti che vedevo e sentivo lontani, ma senza l’ombra di un vero mito. E’ che ho sempre avuto la certezza di essere nata nel periodo sbagliato.

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  4. Ciao Willy, sono abbastanza d’accordo col commento di Missminnie e porrei l’accento anch’io sui “forse” e “chissà” conclusivi.
    Altrimenti la prospettiva sarebbe ben triste e sconsolata, se non riuscissimo a intravvedere un po’ di speranza per i nostri giovani. Non ce la faccio a sostenere il peso d’appartenere ad una generazione che ha fregato ai propri figli anche i sogni (oltre i miti).
    Ciao. Lupo.

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