operai

L’operaio è stato ormai rimosso dal lessico: sembra una funzione del passato e i bambini non sanno più chi fa le cose che maneggiano. Prima c’era stata la de-ideologizzazione nella sinistra, passata dagli eccessi operaistici al progressivo uscire di moda dell’operaio. Non più classe, non più cultura, non più presenza politica negli eletti. Ma la rimozione non ha riguardato solo la sinistra, nel Veneto, gli operai, pur prevalentemente democristiani, non avevano dubbi di identità e rappresentanza, ma anche qui, senza un grido, sono scomparsi dalla scena sociale e politica. Eppure esistono, non sono folclore industriale, sono qualificati, spesso ricercati, necessari all’ impresa e agli imprenditori. La strage della tyssen li ha fatti riemergere, con i loro sogni, problemi, identità, indispensabilità. Ma non può essere una tragedia che riporta il lavoro all’attenzione politica e sociale, con la sua molteplicità e centralità nella vita dell’individuo e della società. L’ammininistratore della Fiat, Marchionne, sembra non sia andato ai funerali per evitare strumentalizzazioni, ma che, cosciente di quale valore abbia il lavoro e la vita degli operai, volesse esserci. Sarebbe stato bello che la più grande azienda manifatturiera italiana fosse stata presente con il suo massimo esponente, perchè c’è un corretto sentire in fabbrica, che unisce la dignità di chi lavora con quella di chi dirige. E le aziende che hanno questo rapporto portano avanti se stesse e l’Italia. Però il problema non si risolve solo nella fabbrica: la sinistra e l’intero paese ha bisogno di guardarsi impietosamente allo specchio e chiedersi cos’è successo. Non è necessario santificare una funzione, una categoria, ma farla emergere dall’invisibile per capire dove sta andando questo paese e la sua economia. Qualcuno ha pensato che si possono far lavorare solo i paesi emergenti, che l’Italia può essere un paese di bottegari e di griffe, ma chi darà il reddito per acquistare le merci, chi sosterrà il paese se non c’è più produzione. Nella fabbrica automatizzata, la presenza umana è competenza e capacità crescente. Non è possibile gestire una macchina complessa e un processo senza avere processi logici chiari e suscettibili di continuo apprendimento. Questa comprensione è solo in parte ripetitiva e implica sempre una relazione con l’ambiente in cui si svolge. Nella testa di chi ha la mia età, l’operaio è ancora fordista, nella testa delle generazioni più giovani, semplicemente non c’è, non esiste più: mi chiedo dove si è persa un pezzo di realtà?

8 pensieri su “operai

  1. Ho fatto cruscotti Audi per 6 anni e indovina…non mi dispiaceva affatto stare in fabbrica peró ora non ci tornerei veramente troppo grigia, polverosa, con brutta gente e triste.

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  2. Sarà che ho lavorato nel tessile per piccole aziende, ma l’operaio, nella mia mente,
    non è MAI stato fordista.
    Ci vogliono mani di fata per far emergere da uno schizzo iniziale, con un taglio di tessuto e qualche accessorio, un capo finito di qualità…servono intuito e creatività prima, certo, ma anche grande professionalità poi.

    Fra stilista e campionariste si crea un gioco di squadra dove tutti hanno un ruolo ed è una grande soddisfazione vedere il prodotto finale, frutto di tanti “saper fare ” diversi, ma ugualmente importanti.
    Per questo ho sempre avuto grande rispetto del lavoro manuale.
    Anche per la produzione di serie poi vale lo stesso criterio, cioè la consapevolezza che per avere un buon risultato è necessario il costante impegno personale di tutti, partendo da chi crea (si fa per dire), per arrivare a chi imballa i capi pronti da spedire, possibilmente nei tempi stabiliti…
    e non era triste, almeno fino a che le cose andavano bene e non c’era all’orizzonte la delocalizzazione oggi imperante.
    Ora non so, praticamente in Italia si fanno solo campionari, ma penso che per i pochi addetti rimasti sia ancora molto impegnativo, perchè materiali, metodi e macchine sono sempre più sofisticati e richiedono ulteriori e sempre nuovi aggiornamenti.
    come dice giustamente willy, del resto.

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  3. ho fatto politica anni fà..negl’anni del boom di forza italia. mi ricordo una sera una riunione di partito..sai i partiti piccoli della sinistra hanno sedi piccole e fredde, e quindi stai con il cappotto e i guanti, così te le ricordi meglio le riunioni :)))..mi ricordo che analizzando certi dati venne fuori che non erano stati gl’intellettuali, o i radical-chic, o i borghesi illuminati a tradire la sinistra..era stata la classe operaia torinese, quelli che vivono negli alloggetti di nichelino o barriera di milano a dare il voto a berlusconi..per voglia di altro, di appartenere alla classe che va in tv..perchè credevano sul serio che fosse stato anche lui un pò povero e avesse costruito milano 2 dal niente, novello gesù cristo..
    in quegl’anni la classe operaia ne aveva le balle piene delle riunioni nelle sedi piccole e tristi della sinistra, di andare al mare a rimini per 10 giorni..voleva fare il salto, diventare altro.
    si fece credere, in quei giorni, che si poteva fare..vai a sharm 10 giorni a mangiare spaghetti di plastica, cazzo, a sharmmmm…..
    decollò così, almeno in questa parte d’italia dove vivo io, forza italia : con la classe operaia che sostenne berlusconi.
    risvegliarsi fu doloroso : e adesso si vive guardando ad una sinistra che neanche sa fare più la sinistra.
    buona giornata, willy.
    i call center sono pieni di figli di operai laureati che vendono abbonamenti a fastweb..guadagnano 500 euro scarsi al mese, in attesa di un posto da psicologo. Ma in fabbrica non ci vanno neanche per 2000 euro.

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  4. i Vostri commenti mi hanno fatto riflettere:
    -il lavoro in fabbrica non è considerato appetibile,
    -gli operai sognano una vita meno difficile,
    -c’è molta consapevolezza nel lavoro manuale,
    -si può essere felici non della retribuzione, ma di quello che si fa,
    -gli operai votano nel centro destra perchè pensano che lì ci sia speranza di stare meglio.
    Per me che sono di sinistra, tutto questo mi dice che mi devo occupare del lavoro e di chi lo fa, che devo capire i sogni e le aspirazioni di chi lavora in fabbrica e manda avanti un pezzo di economia, che se non riesco più a dare speranze come sinistra, deve essere successo qualcosa di molto grave nella mia testa e nelle prospettive di cambiamento che pensavo di incarnare. Ecco: non è tutto, ma è molto .
    Capire, oggi è necessario e scegliersi i compagni di strada indispensabile,
    ma cambiare si può e si deve.

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  5. condivido il tuo post, willyco e le considerazioni espresse nei commenti.
    anche per me l’operaio non è mai stato fordista.
    ma tu, alla fine, poni una domanda inquietante ed io ti propongo, quale possibile risposta, una lettura, altrettanto inquietante: cattiva maestra televisione di Karl Popper e John Condry, un piccolo libro del 1994.
    Nel frattempo i danni sono cresciuti esponenzialmente e nessuno, ribadisco nessuno, ha preso in seria considerazione la necessità di modificare la situazione.
    Probabilmente non è questa l’unica risposta alla tua domanda, ma, di certo, un pezzo di realtà si è perso e continua a disperdersi nei tubi catodici.

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  6. Io non provengo da una famiglia di operai e non ho fatto l’operaia. Mi è sempre stato rinfacciato questo fatto. Di non poter “capire”. Forse, in parte, è anche vero.
    La classe operaia aveva un ruolo di rilievo nella vita politica italiana. Aveva piena coscienza del suo ruolo. Poi, con la marcia dei “colletti bianchi” contro gli operai, 14 ottobre 1980, qualcosa si è “rotto”.
    Ora un ragazzo di ventanni vuole essere tutto tranne che operaio. Preferisce guadagnare di meno ma fare un lavoro più “pulito”.
    Perché, alla fin fine, nella mentalità comune l’operaio è colui che utilizza la tuta, sta alla catena di montaggio, si sporca le mani e, ogni tanto, rischia di perdere un dito o una falange, sempre che gli vada bene. Un lavoro “brutale” da cui fuggire appena possibile.
    E sono d’accordo con missminnie. In quegli anni furono proprio, ma non solo, gli operai che diedero il potere a Berlusconi, così come molti contadini e molti pastori. Volevano meno consapevolezza e maggior benessere. Speravano…

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  7. hai ragione d. e l’influenza dei media altera e unifica il messaggio. Lo banalizza, lo fa diventare pensiero massificato. Si abbassa il livello di critica e di percezione. Penso a quanto tutto questo influenzi la nostra percezione del collettivo come crescita stabile, di come il lavoro diventi strumentale e i sentimenti vengano piegati ad un sentire comune non libero. In questo sentire, nella mia perversa pallosità, aprirei una riflessione sul fordismo attualizzato come parcellizzazione dell’individuo davvero merce consenziente, attraverso il lavoro. Nel veneto, molti imprenditori arricchiti e non, hanno applicato su sè stessi la parcellizzazione della vita e l’alienazione da lavoro. E allora la realtà è quella della televisione, dell’immagine, non quella vissuta e reale, perchè dura e incongrua a sè.

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  8. ho buttato per un attimo l’occhio su canale 5…

    propongo una class action contro il “maria-de-filippi-pensiero”

    …dovrebbe pagare i danni per aver guastato una intera generazione, di queste cose si dovrebbe preoccupare il papa…

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