C’è qualcosa che non ha nome nel mio dizionario, ed è quel sentire impalpabile e poco definito che sta tra il desiderio e la libertà. Nel mio orizzonte di maschio occidentale, con una parte importante della vita vissuta, si materializza, magari il tardo pomeriggio di agosto, col mare davanti, le poche persone sulla spiaggia libera. E’ il desiderio/ponte tra ciò che è stato e ciò che può essere. Potrei cercare di definirlo attraverso la negazione, ma sarebbe fargli un torto perché non è una nostalgia, una saudade, è la percezione di aver vissuto e di poter vivere.
A quell’ora il sole già trattiene il fiato, non è autunno, però l’estate è passata. L’estate degli adulti finisce alla fine di luglio, poi è attesa e rinnovo, ma resta il piacere del mare, dell’aria tiepida, oltre il vincolo assurdo delle stagioni. Sulla riva ci sono coppie giovani o meno giovani, sono affettuose, praticano l’antidoto alla solitudine, cioè la speranza di vivere con possibilità ed interesse. Ma soprattutto sono espressioni della libertà di poter essere. Sugli altri si possono proiettare le pienezze che ci si è negati, se non si indulge nella scorciatoia del cinismo, si può anche pensare che i gesti siano nuovi e le diverse abitudini siano libertà anziché vincoli autoimposti.
L’idea della vita libera e civile, l’accumulare di esperienze passando di passione in passione, come se davvero fosse possibile vivere senza abitudini, senza tempi interiezione che servono a prendere il fiato. Una corsa senza fine nel mutamento assunto a valore consapevole. Si pensa a queste cose impossibili da vivere davvero, quando ci sono affetti, certezze che sorreggono. E’ come lanciarsi da un trampolino sapendo che c’è acqua a sufficienza e la riva esiste. Non sono i sentimenti dei naufraghi, questi. Anche nella corsa serve ciò che sorregge, altrimenti ci si sbilancia in avanti sino a cadere nella polvere della propria velocità.
Sentire la libertà e il desiderio di vivere frammisti, non la fuga dalla solitudine dell’esserci e dal ricordo di ciò che non è stato. E non riuscire a dare un nome a tutto ciò, che pur positivo è inquietudine che non fa star fermi. Tutti abbiamo un giardino amato, ed è quello che abbiamo creato, con fatica leggera, ché la fatica buona non si sente nel momento in cui la si compie, è il giardino di cui ci rendiamo conto a partire da quella che è la più bella parte della vita e che inizia a 40 anni per finire quando decidiamo.
Nell’orizzonte di questo giardino, immagino questa cosa senza nome che è desiderio senz’ansia e la libertà di essere e di poter essere nell’orizzonte prescelto. Non d’ essere di qualcuno per non essere soli.