trittico sulla vecchiezza I

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Scrivendoti mi viene meglio quello che devo dirti; a parole si vede il volto dell’altro e ci si uniforma alle espressioni. A volte si ha troppa paura di far male, oppure di travisare e non essere capiti, così è meglio scrivere. Avrei voluto dirti parole importanti, senza ombra ed invece scrivo una lettera che verrà modificata, perchè sto contravvenendo ad una regola che mi sono dato nel semplificare, nel togliere corteccia fino a lasciare significati all’aria, come ossa spolpate. In realtà uso più parole perchè è difficile raccontare una consapevolezza feroce come quella dell’età. Una volta mi hai chiesto quanti anni mi sentivo ed io ti ho risposto meno di quelli che ho. Anche se era vero, già sentivo la banalità della risposta, come quella che immagina vite tranquille e vecchiezze serene fatte di abitudini, amici, partite a carte, vino, risate. Magari per molti è così ma come può esserlo per noi? Sarebbe assistere da spettatori al nostro scivolare in ciò che non abbiamo mai amato e quando l’abbiamo fatto lo spirito era talmente diverso da farne un gioco ilare, non una condizione di vita. E’ cominciato piano, se ti interessa, verso i 40 anni. Mi rendevo conto che non avrei potuto all’infinito, passare tra cene e bevute, assenza di sonno ed impegni infiniti. Qualche volta il corpo si ribellava. Non ci badavo molto, ma nella testa l’idea del governarmi si faceva strada. Poi la vita è andata un po’ per suo conto e non mi sono governato granchè. E’ stato come mettere da parte i sintomi, per tuffarmi nel lavoro, negli impegni fino a gareggiare con me stesso. Ti ricordi? Dicevo che non avrei mai smesso di lavorare, di buttarmi in imprese nuove, di correre da una parte all’altra. Del resto l’ottimismo e la sconsideratezza sono due grandi alleati per non avere nozione di sè. In realtà la consapevolezza è spuntata un pomeriggio, in una di quelle telefonate a cui fino a poco tempo fa non avrei dato peso. Si discuteva di candidature politiche e il mio interlocutore mi raccontava degli scontri e delle aspettative personali che sempre ci sono in queste occasioni. Qui è emerso un commento sul mio nome: è vecchio gli avevano detto. Lui mi aveva difeso e chi lo diceva non contava più di tanto, ma quella parola mi aveva colpito. E non solo per l’età che emergeva nella sua nudità, ma per quello che rappresentavo. Il significato era: è ora che si faccia da parte. Mi era tornato in mente che dovremmo sempre scegliere il momento per uscire, anticipare gli altri, stupirli. Ed invece l’idea su di me aveva preso forma, si era consolidata ed io non me n’ero accorto. In fondo lo specchio mente due volte: ci vediamo ogni giorno e i mutamenti sono sempre così lenti che ci abituiamo alla nostra faccia, al nostro corpo. Anche quando non ci va, spostiamo a domani il momento in cui per magia tutto tornerà com’era un tempo. Basta un po’ di dieta, esercizio fisico, il riposo, un piccolo sforzo  e le cose miglioreranno ed invece lo specchio già sta mentendo un’altra volta perchè ci racconta ciò che noi vediamo non come ci vedono gli altri. Questo vale anche per la testa: i pensieri importanti, innovativi sono più radi, il giorno è un rumore di fondo di idee che stupiscono più per la nostra capacità di pensare che per la loro forza e novità. La testa aiuta molto nell’autostima, fa cogliere aspetti che ci rassicurano sulla nostra singolarità e ci dopano. In fondo basta poco per convincere quelli che si sono già arresi: un poca di ironia, qualche pensiero trasversale, l’abitudine a mettere le parole assieme a descrivere ciò che si prova e ci si sente ancora forti, in sintonia con la corsa del mondo. Ma  questo vale per gli altri, non per noi. Tu lo sai quanto siamo stati incontentabili, anzi è stata proprio l’incontentabilità a fare da motore, a farci mettere alla prova, gioiosamente. Non ci credo che tutto questo finisca di colpo, la vecchiezza non è la sensazione di non avere più tempo, ma sempre più spesso mi chiedo dove la comunicazione si sia interrotta. E parlo della comunicazione con quel mondo che pretendo di capire e di modificare, magari sempre troppo poco però ci provo, solo che adesso mi rendo conto che il mio ruolo sta cambiando. E non per mia volontà, ma perchè altri mi fanno riconoscere per quello che sono. E non è quello che loro vedono, ma come io mi vedo. Insomma una consapevolezza. Non è che questo muterà la capacità di impegnarsi, oppure la volontà di analizzare, fare, indignarsi. Nessuna acquiescenza, ma muta la mia immagine per me, mi vedo meglio e le persone che mi compongono restano al loro posto rappresentando un nuovo equilibrio di forze. Cosa aprono questi pensieri? Dovrei parlarti delle paure, della prigionia delle abitudini, dei sensi e delle sensibilità, dei sentimenti. Lo farò più avanti, non per caso questa lettera è parte di un trittico e posso sin d’ora dirti che non misurerò la lunghezza del testo, parlerò sinchè mi sembrerà opportuno. In fondo i vecchi oscillano tra silenzio e vaniloquio e da molto frequento queste abilità.

A proposito, quando si chiede come va bisogna mettere in conto che ci venga detta la verità.