Ci sono capitani e capitani. Quelli di lago che ostentano divise ed alamari, quelli di vaporetto, rintanati su di un ponte che guarda la laguna, quelli di peschereccio d’alto mare in cerca di pesci per tutta la vita e quelli di transatlantico che sanno ballare e bere champagne. Ci sono navi piccole che sembrano gusci per giocare e navi così grandi che il capitano vero è un computer. Tutti comandano, quasi sempre sanno quel che dovranno fare e intanto navigano.
Persi tra piccoli impicci da stomaci pieni, da occidente lamentoso, le vite vengono condotte tra abitudini-portolano: oggi si lavora, domani è vacanza, qualcuno porterà i bimbi a scuola, qualcun altro penserà alle prossime vacanze. Il tutto tra amori che dipingono il loro orizzonte sulla parete della camera da letto, sulla finestra anonima che guarda un cortile, sulle domande che esigono assoluti. E quell’orizzonte dentro? Quello fatto di sensazioni che non se ne vanno, dell’annusare l’aria che conserva un leggero sentire di te. Non è un orizzonte in cui lo sguardo si perde questa sensazione priva d’abitudine?
Capitani, abitudini e tempeste, questa sembra la vita. Quella che ti stanca la mattina, che sposta la sera oltre il dicibile permesso, quella che ti dice: getta l’ancora dei fatti, riposa, ripartirai domattina. Nulla è più menzognero dei fatti. I fatti non sono un’ancora, sono una sirena che getta la nave contro gli scogli. E al capitano bisognerebbe chiedere che soddisfazione ci sarà nel naufragare in un vero così freddo da non aver mai avuto alcuna passione.