laguna d’inverno

 

Ieri mattina c’era un sole pretenzioso, corretto dall’ombra e da qualche lama di vento gelido, ma al mare si stava bene. La val Lusenzo è valle di laguna, acqua e case, incastonate tra Chioggia e Sottomarina. Si cammina su un percorso vicino alle barche, attraccate ovunque. Barche da diporto, barche da lavoro, pescherecci immersi in una atmosfera da città che lavora. Gli alberghi vuoti sono sul lungomare, qui c’è vita tutto l’anno. Non ci sono turisti, e ieri le persone si godevano i percorsi semifestivi. E’ impressionante la quantità di bar, tutti vicini, tutti pieni che si contano lungo il corso. Le città di mare d’inverno hanno un fascino almeno pari alla solitudine della spiaggia, da un lato la vita pullula, dall’altro si cammina su montagne di alghe, alberi e plastica, pesci morti, scarti di civiltà. Due giorni fa una mareggiata s’è portata via 450 mt. di spiaggia e dune, gli albergatori protestano sui giornali. Contro chi? Come fosse possibile chiedere alla natura di seguire le nostre regole economiche, le stagioni turistiche, gli scempi ambientali senza pagare il conto. Qui la sabbia è stata portata e tolta dal mare, in un ritmo paziente, incessante che costruisce e ridisegna la costa, è come se il mare fosse un architetto scontento che fa un passo indietro, guarda e poi modifica il suo lavoro. E’ così da sempre. Ma la protesta contro il mare non è da tutti, è cosa da marinanti, ex ortolani che si sono trasformati in albergatori negli anni ’50, i pescatori scuotono il capo, sorridono, hanno continuato a fare il loro mestiere. Rispettano il mare, ne conoscono il temperamento, sanno che sembra prevedibile, ma li sorprenderà sempre e non bastano le radio, il satellite, gli eco-scandagli per essere amici, bisogna conformarsi al mare, assecondarlo, seguire il corso dell’onda. E le onde dicono tutto del mare, descrivono il suo pensare, mobile, possente,  quasi sempre dolce, solo a volte irato per furie sue.

Percorrendo la valle, il rumore di fondo è il suono dell’onda, delle sartie delle barche, il respiro quieto dell’animale che dorme in laguna. Poi, oltre la sabbia e il forte, si arriva al mare aperto, alla diga. Il rumore sale, c’è folla quasi come d’estate. Ragazzi, anziani, reti che vengono sollevate dai capanni di pesca, vuote di pesce, e piene d’interesse per i gabbiani. Altri gabbiani rincorrono i pescherecci che rientrano, molti aspettano sulle bitte, sulle bricole pronti nel loro ruolo di iene di mare, a mangiare il buono ed il guasto. In fondo, al faro, una fila di anziani chiaccherano al sole. La cantilena la conosco, ogni tanto si imita per ridere, ma è cosa loro, solo loro. Ben diversa dal veneziano, è ricca di termini da barca, da mare, da vento, è lingua di popolo. Goldoni ne faceva uso per staccare due popoli confinanti e diversi, l’uno sanguigno, godereccio, povero e fiero, l’altro conscio del declino di Venezia, aristocratico, estenuato dal lunghissimo potere esercitato.

E’ rimasto poco d’una cultura millenaria, vive ancora nei gesti dei pescatori, nelle abitudini ripetute senza intenzione, nella passeggiata sul corso la sera, negli ori ostentati nei bar, come fanno gli zingari, nella parlata fatta di vocali grosse e musicali. Non c’è da rimpiangere nulla della povertà senza limite d’allora, del freddo, delle case inondate dall’acqua delle maree, ma forse è mancata una direzione al nuovo, un recinto in cui mettere il pensiero buono e vero di sé, di come ci si vede e non di ciò che si ha. Il percorso della valle ha rive importanti, porfido e marmo senza economia, panchine stranamente integre, un sentore da fondi europei, perché è un percorso ricco, bello per ciò che si vede e si sente. Ma la cultura attuale è scritta sul marmo: 6 il mio amore da un anno e non finisce, tu x me x sempre, mai sorelle ci amiamo ora nel mondo, cinzia 6 mia x sempre, ecc.ecc.  Si mescola l’amore con l’eternità, le paure che un tempo avrebbero provocato sofferenze ed ostracismi sono esibite, esorcizzate. Il mare con il salso farà sbiadire l’indelebile, come sbiadiranno tutte queste storie, è la vita, ma non è ancora cultura di qua. Chissà cosa resterà tra 100 anni di questi luoghi. Di sicuro ci sarà il mare, quello che è a rischio sono gli uomini che erano in grado di parlargli e di ascoltarlo. 

 

2 pensieri su “laguna d’inverno

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