là oltre le nuvole e altro

Mercoledì, 11 Luglio 2007

là, oltre le nuvole

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Martedì, 10 Luglio 2007

il sonno dell’alligatore

C’è un posto per la ragion quotidiana, quella fatta di percorsi usati, gesti ripetuti, illuminati da guizzi di volontà. E’ l’apparentemente inutile che rende la vita bella: stamattina nuvole con l’anima nera sopra i containers, l’aria annuncia temporali lontani. E ieri notte un raggio pennellava i tornanti dei colli vicini. Lentamente, con sapienza. L’autista, inconsapevole, ha regalato sogni per immaginare vite altre. Chi sedeva al suo fianco, quale storia li univa, quali attese per la notte. Pensieri buoni per accompagnare il sonno. Oggi 10 luglio, il bollettino economico ha dato performance interessanti: + 9% nelle esportazioni, + 3.6% nella produzione, piena occupazione. L’equilibrista ha poggiato la fune a terra, stamattina. Con cura la percorre, la imprime nella memoria e attende che sia di nuovo tesa per il brivido che verrà. E’ la ragion quotidiana. Lontano, in uno stagno della Florida, un alligatore apre un occhio: nulla di interessante, un pensiero fossile e il sonno continua.


Martedì, 10 Luglio 2007

tracce di vita presunta

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Sabato, 7 Luglio 2007

parole e musica

Guardo la mia casa, zeppa di musica e libri accatastati, librerie stracolme, pile altissime che crollano allegre durante la notte. Ingordo, stratifico sensazioni, pensieri e amo il dialogo con i suoni e le parole. E’ un amore ricambiato, una passione antica iniziata oltre 30 anni fa che non finisce. La musica non ci salverà, ma aiuta a dar senso alla vita. Il film che vivo è altro, ma la colonna sonora e i dialoghi sono miei. Anche stasera camminerò su un tappeto di parole e mi sentirò amato.   


Venerdì, 6 Luglio 2007

presunzioni

Vedo spesso esortazioni, persone che invitano pressantemente a fare qualcosa, che richiamano principi comuni, regole non discutibili. Sembra esista qualcosa che non ci appartiene, un apriori indipendente, confluito nella consuetudine. Mi è stato spiegato che è proprio questo apriori che rende il mondo così bello, che dà un senso positivo alla vita. Sono stato fornito di criteri che mi permettono di interpretare ciò che vedo, di esprimere un giudizio, di accettare o meno una persona, una situazione. Sono i criteri per cui posso sentire il bisogno di abbracciare o picchiare una persona. E’ quello che regola i miei rapporti con gli altri e quindi con me stesso. Ciò interferisce pesantemente con i miei sentimenti. Le dinamiche e ciò che sento, per quanto complicato, alla fine è semplice. Penso che tutto si riduca nella minimizzazione della sofferenza o nel principio di piacere. Meglio il secondo del primo. La filosofia sguazzallegra in questo campo e così le scienze più o meno umane. Il punto è che le regole servono. Punto e basta. Ma le regole mi servono e non devo servirle. Non sono disgiunte dall’uomo. La creanza è una regola che mi serve. Ma la creanza non può essere il paravento per far del male gentilmente ad altri e sentirmi buono. La gentilezza cessa di essere tale se mi impedisce di essere sincero. La gentilezza non è vera se non sono gentile con me stesso e cerco di fregarmi. Mi hanno insegnato a presumere, a immaginare di aver capito e sono stato fornito degli strumenti necessari alla bisogna. Il mio sforzo è liberarmi di strumenti interpretativi, di lasciare che le cose entrino, di rinunciare alle scorciatoie della conoscenza. Quello che faccio con la musica o con le persone: lascio che entrino, poi capirò. A Kiev, tempo fa ho assistito, per caso, alla celebrazione di un matrimonio tra una Ucraina e un italiano. Lei era bellissima e lui un pò meno. Sembrava si amassero molto. Abbiamo brindato all’amore eterno. Un ottimista informato della vita mi ha detto “tra un anno divorzieranno: lei se ne andrà. Adesso lo ama, ma da noi, per sempre, dura meno che da voi. Ci crediamo davvero, che è per sempre, solo che quando finisce non ce la prendiamo. E’ la nostra cortesia”.  Spesso sono stato inutilmente scortese verso me stesso e verso gli altri, ho presunto e mi sono impedito di capire. Di ciò mi pento, perchè il “lecito” è stato messo alla porta della mia testa. Ma penso che non sia tardi per ritrovare il filo di una etica che rispetti me stesso per rispettare gli altri. Magari parliamo di etica dell’accoglienza armata ascoltando Sinatra che canta My Way, oppure la sonata n.17 in re min. di L.van Beethoven op.31, oppure Annarella dei Modena, oppure quello che vi viene meglio e vi fa stare bene. Basta metterci quella piccola passione che permette di condividere convivere.

Martedì, 3 Luglio 2007

asmara

Asmara, almeno quattro confessioni religiose, tutte a un tiro di fionda (non uso la parola schioppo perchè qui li usano davvero e senza chiederti il permesso), l’una dall’altra. Cattolici, Copti, Ebrei,Musulmani. Tutti che suonano campane, pregano per altoparlanti, si vestono secondo i propri canoni. Donne in nero, velate, a capo coperto, occhi mobilissimi, neri e bellissimi, che parlano. Copti in bianco. Tanti, ma proprio tanti, con funzioni continue in chiesa e fuori e campane adeguate alla bisogna. Ci sono anche campane per uso personale,uno passa e suona: qualcosa in qualche parte dell’universo, succederà. “Prego, si tolga le scarpe se vuol stare in chiesa”. Esco, ho già visto. Mi basta. Meglio il corso e i bar in stile fascista, con arredi originali. Succede tutto al bar, incontri, affari, parli del mondo e soprattutto, perdi tempo. Ecco, qui il tempo non ha valore contingente. Ti dicono dopo e dopo è domani, fra 15 giorni, forse mai. Ma è dopo,qualcosa che può succedere. Mi piacerebbe che Zaubè si esercitasse a pensare che valore può avere la psicoanalisi in un posto come questo. Sul corso ci sono i cattolici, non pochi e con molti religiosi. L’impressione è che siano meno intensi per espressività delle altre confessioni. Ebrei pochi, con sinagoga e senza problemi, ma pochi. Il rabbino non riesce a celebrare i riti della pasqua per carenza di presenze. Tira avanti, aspetta rinforzi. Per un agnostico è un ambiente curiosamente  stimolante: la soglia di qualcosa che emana coesione e sensibilità. Non è solo cultura contaminante, è spirito tangibile, modalità del vivere. Impossibile non farci i conti se si vuole cercare di comprendere almeno dove si è. L’eritrea rimane dentro e adesso dopo 4 mesi mi ritorna con le sue domande e il suo fascino di terra di passaggio. Quando pensavo a dove stava andando quel bimbo che, serio serio, camminava verso Kerem, pensavo che poteva fare a meno di noi, dell’occidente, della sua cultura dominante, che poteva essere felice senza i-pod, che il mare è per lui distante e bellissimo, come l’idea di vacanza, che la sua cultura basata sulla precarietà lo porterà chissà dove, gestendo situazioni per noi impossibili. Che se ci conoscerà potrà anche decidere di fare a meno di noi.

Oppure nò?

Mi accorgo che ho seguito solo il filo dei pensieri e che si sono mescolati i colori con le sensazioni. Ma se si guarda in silenzio, gli occhi parlano con la testa e pescano nella cultura appresa, cercando di mitigare l’impatto del mistero e di ridurre ad oggetti conosciuti e interpretabili,Eritrea_2007_056  le esperienze. Basta che il soliloquio non si trasformi in vaniloquio, allora è lecito rompere le regole del ragionamento a tema. E attendere che la polvere si depositi per ritrovare la meraviglia.


Lunedì, 2 Luglio 2007

chissà

Kerem (eritrea febbraio 2007)

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Chissà dove andrà senza di noi?


Lunedì, 2 Luglio 2007

chi

chi legge

chi passa e si gira

chi ascolta solo il suono delle parole

chi affamato si alimenta

chi affannato si riposa

chi partecipa

chi si fa prendere

chi scappa

chi giudica

chi condivide e tace

chi condivide e lo dice

chi ha la puzza sotto il naso

chi sente la puzza e se ne và


Lunedì, 2 Luglio 2007

narcisi d’autan

Alle sorgenti del post, ovvero perchè si mettono in piazza le proprie mutande? Perchè d’altro non si parla nei post, se non di ciò che, pur intimo, si vuol far vedere e condividere. Allora c’è chi mostra il pizzo e chi il tanga, chi la propria nudità e chi le mutande della nonna e c’è lo spazio tra il dire e il lasciar intuire. Chè una pena è pur sempre un graffio dell’anima e solo ad alcuni si vorrebbe mostrare. Sulla solleticazione d’un post di Minnie, sono ritornato sulle mie motivazioni al mostrarmi e su cosa mi aspetto dai miei muti interlocutori. Anzitutto che ci siano e che sia discutibile ciò che penso, poi che magari, da cosa nasca cosa. Ovvero che questa nuova modalità del comunicare mi produca cambiamento, vita, coinvolgimento. Qui c’è un discrimine personale nel mio accogliere e interloquire da riassumere in: se una cosa mi prende, mi interessa e mi cambia, mentre il resto dei rapporti è cortesia.

Dai blog che frequento e che quindi mi piacciono traggo quattro categorie:

  • il blog piazza grande, dove trovo passione, quotidianità, amori, politica, mammamia che impressione,sto male puoi aiutarmi, miprestiuneuro, ecc, Insomma la vita,
  • il post indignato assembleare, che per un sessantottino non pentito è sguazzo maialallegro. C’è tutto, compresa la mozione d’ordine. Si discute, ci si incazza, si esordisce dal problema contingente, ma la soluzione è globale e rimette in ordine i destini del mondo e del suo mutare. Con una grande qualità, quella dell’indignarsi. Presupposto per la passione e del gusto di pensare diverso e che comunque così non va bene, ma c’è speranza, purchè…
  • il post torrentizio, simpatico, ricco di fatti e racconti, un racconto colloquiale da signora mia non le sto a dire cosa mi è successo. Mi piace perchè c’è vita, spesso non mi aggiunge nulla, ma mi rende allegro. E’ un colloquio tra amici che evitano le sfighe personali rendendole leggere, maneggevoli all’uso.
  • il post d’autore, ovvero vedi come scrivo bene e lo sò, ma se qualcuno me lo dice sono contento. E chi non ci casca in questo, a chi non piace pensare che ci sia originalità in ciò che scriviamo e pensiamo. Ma alla fine il ripetere dell’esercizio di bravura, stanca, come vedere il triplo salto mortale con avvitamento per trenta volte, alla fine si spera che caschi. Però la grande risorsa della rete è che si puòfare a meno e puntare su altro.

Spesso le cose si mescolano e mi piacerebbe essere tutto insieme, scrivere con l’asciuttezza anoressica che rende folgoranti i pensieri, ovvero cullare parole tonde e barocche ricche di velluto e damasco. Ma alla fine è il contenuto e ciò che voglio dare e ricevere, che conta. E la consapevolezza che quando ci si stanca non è una tragedia. Allora avanti verso mille nuove parole, avventure e verità.


Domenica, 1 Luglio 2007

vier letzte lieder

Che dire della vita e dell’accontentarsi? Che la passione è solo transitoria, come l’amore. Che la felicità, è illusione di felicità, da ripetere senza farsi troppe domande. Che troppo spesso accontentarsi è mentire a se stessi e agli altri? Penso alle vite strutturate, ritmate da appuntamenti, affetti, consuetudini a cui non è possibile derogare pena il disfacimento del mondo faticosamente costruito. Penso all’energia che deve essere utilizzata per tenere assieme situazioni senza legami forti e al ripiegarsi su sè stessi alla ricerca di un equilibrio che faccia meno male. Il meno peggio come vita saggia e possibile. Non è una grande scelta. Eppure la vedo dappertutto. Partecipo a queste vite. Le capisco, ma ne sento il dolore sordo. Una nota di basso che non se ne va. Meglio le passioni difficili che implicano scelte e pericolo di cambiamento. Ne ho parlato con P. e da ironico complice, ha concluso: ” quando ti accorci questa barba da hidalgo, irrimediabilmente bianca, abbandoni la guardia alla porta ed entra la vita con le sue domande”. Ho messo gli ultimi quattro lieder di Strauss e ho chiuso gli occhi assorbito da Jessie Norman.

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