solidarietà

Dai discorsi che sento attorno, camminando sull’altopiano, emergono i luoghi comuni su chi sta già male e non si aiuta da sé, su chi vedrà ridimensionato il suo modo di vivere, sulla crisi che alcuni non sentono, ma è un sentire che guarda dentro confini precisi.

Una battuta sull’alluvione in Liguria, ché quella di Messina pare non ci sia mai stata, riporta la solidarietà di chi, appena un anno fa, visse disastri analoghi. Come fosse tutto confinato in un’emozione che si delimita nel ricordo, per analogia, nel gruppo vicino. Mi viene da pensare che la solidarietà ed il suo corollario politico, ovvero la partecipazione, sia una virtù borghese e liberale, uno sfizio che un poco pescava nella religione, anche se questa pensava molto ai suoi (dello stesso dio) e un poco nei discorsi salottieri di nobili pensatori (magari soci al contempo, di qualche impresa che esportava schiavi). Che poi la cosa sia sfuggita di mano e mutata in socialismo e diritti, sia confluita in modo di sentire lo stato, la politica e il governo delle cose, e così sia stata estesa a tutti, usando come massa manovra quelli che nulla avevano, per rafforzare l’idea dell’eguaglianza e della solidarietà. Vecchie teorie morte con l’internazionale proletaria. Certo è che oggi drasticamente cala la solidarietà con proporzione inversa rispetto alle notizie che dovrebbero sollevarla. Una pelle si sta inspessendo e si torna al villaggio, alla cerchia di quartiere, tra poco ai nuclei di parenti. Rinchiudersi nei vincoli, nelle pareti perimetrabili e difendibili, pare diventi un luogo di nuove solitudini. Non quelle feconde per scelta, ma quelle della paura e dell’insensibilità. Mi tornano in mente i versi di Brecht, su chi sono andati a prendere prima di arrivare a te, e penso che una tensione è caduta senza essere stata rimpiazzata. Di certo verrà qualche nuovo pensiero, assieme ai conflitti che ogni idea si porta dietro. Continuerà ad oscillare, lo diceva anche Croce, tra la tensione verso la comunità e quella verso l’individuo. Verrà e intanto s’aspetta, magari mettendoci qualcosa di nostro nel sentirsi parte d’una comunità più grande, chessò un pensiero, un’azione e non perché è natale, ma per non sentirci troppo soli nell’attesa.

mare d’inverno

La spiaggia è affollata. Non come d’estate, mancano i corpi nudi, l’odore di olio abbronzante, le file serrate di lettini e sdraio. Gli stabilimenti sono chiusi, la città riprende il suo ruolo, anche il denaro che d’estate, s’intuisce in ogni gesto, torna al suo posto: c’è gratuità, cortesia. Le persone sono in spiaggia, sciamati dai bar del corso, per il sole e per il giorno di festa. E’ la vita normale. Chi abita nei posti di mare, d’inverno lo frequenta per sé, lo gode. La diga ha due flussi che s’intersecano chiaccherando, e il dialetto aperto, la cadenza, le voci, avvolgono, fanno sorridere. Nei passeggini, i bimbi immersi in questo cantar parlando, in quest’aria e queste luci di tramonto, credo conserveranno traccia di questo vivere. Qualcosa, da qualche parte, resterà. In fondo è stato così anche per questi ragazzi, con ciuffi e tagli strani di capelli, sono qui nel pomeriggio prima d’una discoteca, d’una casa, di altri svaghi ed avventure. Qui, attratti da un mare che non ha senso se non perché qualcosa ci manca e lui riempie, per suo conto, senza nulla dovere, né chiedere. Esiste ed attrae.

Flusso e spirale coesistono in me, ego e movimento verso l’altro. Chi non ha una doppia natura, fa fatica a capire. Ha bisogno di cose solide, catalogabili, tangibili, esattamente il contrario di ciò che sono. Così è impossibile prendermi, capire che sono in questo mare d’inverno e sto bene, che ciò che ho attorno mi parla ed al tempo stesso ne sento intera la singolarità. Ne ho esperienza, se voglio la condivido, ma lo posso fare solo con chi mi accetta e ha capacità simile di vedere. Il mare d’inverno non è poesia, e neppure colori, è il senso di essere qui, ora, con la mia testa, la capacità di dire e comunicare la piccola parte di ciò che sento. Non occorre di più se si sentono cose simili. Questo luogo è una passeggiata, oppure un dialogo, è quiete e rombare di pensieri. Prima percorrendo la valle attorno all’acqua, guardavo e ricordavo. Avere una memoria composita e forte diventa una parte di come si sente il mondo, non è abilità da fenomeno da baraccone. Mi vien da sorridere quando mi chiedono cose per me inutili, tanto mi ricordo, dicono, questa fama si è consolidata nel tempo e per me non vale nulla perché nulla dice. Diversa è la memoria che ti dialoga dentro, che mescola, odori e sensazioni, mette nei luoghi le persone, una telefonata, un messaggio, una barca vista, un colore, l’aria di allora, l’esporsi al sole. Quella memoria conta perché è vivere come sono ed è questo uno dei motivi per cui non m’arrabbio. Perché ricordo. Ricordo situazione, luogo, persona, emozione, parole, aria, odori. Ed è qualcosa che si scrive dentro, non se ne va e mi cambia. Credo dipenda dalla dualità che mi porto dietro, dal cercare un equilibrio che permetta d’essere dentro e fuori di me, guardarmi e guardare.

Cammino, mi godo l’aria, i cani che corrono, le parole leggere. Cammino e penso che spesso non mi difendo, che preferisco il silenzio, che accetto l’incomprensione, dopo qualche tentativo di ragione. In fondo è una strada che isola, quella dell’essere incompresi, e porta con sé il rischio d’essere autoreferenziali, ma soccorre l’autoironia, il conoscere la propria misura. E comprendere la difficoltà di farsi capire non fa male più di tanto, non più della caricatura con cui si è visti. Vedere le ragioni degli altri provoca due reazioni, il chiedersi se hanno ragione e il rifiuto di ciò che non ci appartiene. Attraverso le parole altrui  dovremmo riconoscerci, e se non accade? E se si capisce che l’immagine è proprio sbagliata, non è giusto allora non perdere altro tempo?

Raccolgono ancora vongole nell’acqua bassa, ragazzi giocano con i cani, qualche vela sta tornando nel canale. Cammino, mi godo la luce, l’odore di salso, il mio viso che si arrossa all’aria, la fatica sulle gambe. Il sole cala in fretta in questa stagione, case calde attendono, la spiaggia si svuota piano verso i bar del corso (mai visti così tanti in poco spazio, come in questa città), verso il profumo di vaniglia della cremeria, verso le luci che si accendono. Il mare regala un colore d’oro e piccole onde. E’ sera, quasi notte, c’è equilibrio, la vita è una spirale che si dipana e procede con noi finché si disfa.


hidalgos

Sebastiano Venier e gli impiccati prima della battaglia di Lepanto, don Giovanni Tenorio e la cena con il Commendatore, l’hidalgo Gonzalo Pirobutirro e la Cognizione del Dolore, cosa li mette assieme ?

Nulla, apparentemente nulla, se non la natura dell’ hidalgo, con l’orgoglio, il dolore e la fascinazione che si porta appresso e lo ripiega nella sua cognizione. Fossero solo le donne, oppure il comando, oppure, ancora, l’inerpicarsi verso un cielo che non è mai troppo basso, questo sarebbe l’effetto, non la causa dell’essere ciò che si è.

Il perseguire che segue sé, è destino dell’hidalgo. A partire da quel don Quixote, primo persecutore della sua pazzia, malamente riscattata, e non ce n’era alcun bisogno, da quella fine di ravvedimento d’intelletto. Che mai per alcun motivo dovrebbe seguire l’hidalgo, perché nulla dev’essere nascosto all’orgoglio e nulla, compreso l’immolarsi alla propria idea, dev’essere posto da parte. Pazzia compresa. La fascinazione fa parte dell’hidalgo, sia essa esercitata nel comando o altrove.  E il Cervantes certo seppe, lui c’era, di Sebastiano Venier, che il giorno prima della battaglia di Lepanto, impiccò un hidalgo e fece frustare due aspiranti tali, per aver dileggiato e ferito due ufficiali veneziani. Lo fece sulla sua ammiraglia (torna la casa come luogo dell’epilogo dell’hidalgo), come capitano da mar e comandante della flotta che il giorno seguente affrontava il turco, lo fece sapendo che don Giovanni d’Austria, comandante generale designato da Filippo II, hidalgo degli hidalgos, per questo poteva metterlo a morte. Lo fece perché era giusto fosse così ed in questo, egli con l’esercizio del potere, divenne più hidalgo dello spagnolo.

Analogamente don Giovanni Tenorio non si ritrae dal confronto con colui che ha ucciso, con ciò che è oltre la vita ed esercita la fascinazione su di sé, il posso farlo a dispetto di tutto e tutti che è ancora una volta il conformarsi al destino proprio. E qui viene il ripiegamento su di sé, la melancolia di don Gonzalo a cui le donne fanno ombra, il cui piegarsi come armadillo è forza da esercitare per mantenere un destino più alto. Ciò che ha avvinto vite, la sua, quella della madre, quella del fratello morto in guerra, quella del luogo, della villa e del suo contorno dilaniante di banalità, per lui ingegnere, con l’anima altrove, è dolore. E su chi può esercitare un fascino degno, se non su di sé, sul dolore che emana la consapevolezza, sul dolore del vivere? La sua vita di hidalgo riallaccia, con il filo del dolore, le molte vite degli altrettanti hidalgos. Il dolore celato che unisce la passione al proprio destino, un filo su carne viva, da scordare con ciò che si ha a disposizione, sia esso il piacere, la battaglia, la pazzia.

La fascinazione è poca cosa se disgiunta dal sentire.

«… Ma se le ripeto che c’è la mia Pina… sì, sì… la Giuseppina… Lei la conosce, no?… ma se le ha parlato tante volte!…». Il figlio Pirobutirro ebbe l’aria di navigar nel vago: confondeva facilmente le Giovanne con le Giuseppine, e anche con le Teresine: ma più che tutto, a terrorizzarlo, era l’insalata delle Marie e Marie proclitiche, cioè le Mary, le May, le Marie Pie, le Anne Marie, le Marise, le Luise Marie e le Marie Terese, tanto più quando le riscopriva sorelle, a cinque a cinque, da doverle discriminare lì per lì nella baraonda dei rinfreschi, dopo schematiche presentazioni. «… Insomma, le dico che non importa», continuò il dottore; «lei starà seduto come un papa; davanti, magari, dove ha meno scosse… a guardare il paesaggio… ad assaporarlo in tutta la sua dolcezza… E la Pina guiderà. Non si fida della mia Pina?».

O! certo! Egli si fidava pienamente della «signorina Giuseppina», (Quell’astrazione onomàstica non gli dava modo di raccapezzarsi). Ringraziò nuovamente; calorosamente. «… Ma non è possibile…». Emise un sospiro. Era molto preoccupato. Quasi seccato. Fu molto cortese. Un senso di noia, di irritazione era nel suo sangue: un’ansia indicibile sul giro del gàstrico, dov’è il duodeno, come piombo: una figurazione di colpa, di inadempienza, nel suo contegno. Nel suo occhio oramai stanco, velato, si adunarono cose dolorose, lontane. Troppo lontane da quel discorso.

«Era il male oscuro di cui le storie e le leggi e le universe discipline delle gran cattedre persistono a dover ignorare la causa, i modi: e lo si porta dentro di sé per tutto il fulgurato scoscendere d’una vita, più greve ogni giorno, immedicato»

(Da La cognizione del dolore, Carlo Emilio Gadda)


storie: tre

Era una zattera, una immensa zattera fatta di materassi e noi eravamo stati su una nave che ricordavamo, ma che era lontana nel tempo e nello spazio. Eravamo caduti dalla nave e finiti sulla zattera, approdata in quel magazzino gelido in cui non c’era nulla da fare. Avevamo contato i materassi, erano centinaia, impilati l’uno sull’altro, fin quasi il soffitto, per decine di metri di lunghezza. Dopo pranzo salivamo sulle pile, avevamo fatto una scala spostando i materassi, e dormivamo. A 5 metri da terra, immersi in un freddo che non aveva fine, seppelliti di coperte che non scaldavano, dormivamo. Non c’era nulla da fare, solo il bujo ci poteva riconsegnare alla vita comune, e dormire era un modo per far passare il tempo. Scendevamo dalle pile quando il freddo aumentava, il tetto era pieno di buchi e topi, e tirava assieme, aria, squittii e fumo. Quello nostro e quello della stufa. Allora scendevamo e, noi quattro, intorno a una stufa arroventata, bevevamo thé. Non ho mai bevuto così tanto thé in vita mia, a litri, per scaldarci, in bicchieri di vetro. A volte facevamo il caffè, con la stessa cuccuma. Teneva un litro e mezzo, era rossa, smaltata, smalterie di bassano, come quella che avevo a casa quando ero sulla nave. Il caffè veniva aggiunto a cucchiai, lo rubavamo in cucina, e poi bolliva a lungo e noi bevevamo, aggiungevamo acqua, bolliva e bevevamo. Per la stufa, andavamo a rubare legna e carbone lungo la ferrovia, appena oltre the wall, erano travi da segare, antracite che faceva un fumo terribile, tutto trasportato a mano, accumulato tra i materassi, nascosto. Mi pareva di essere in un campo di concentramento, ma non era vero. La sera potevamo uscire. Eravamo solo caduti dalla nave e su quella immensa zattera di materassi, dovevamo navigare durante il giorno. In due mesi avevo prodotto un foglio dattiloscritto, era già troppo. E lo stile non era dei migliori, ma mi sarei fatto, disse il maresciallo, perché i concetti c’erano, le doppie pure, erano le virgole che erano poche.  Da lì capii che la vita era a singulti, per frames talmente brevi che le storie dovevano aprirsi e chiudere nello spazio di un oggetto. Erano quelle storie e quelle vite che mettevo accuratamente a lato, che espellevo da me in continuazione. Io non ero lì, non ero in quel posto di detenzione con libera uscita, potevo volare, essere sulla nave da cui ero caduto e che sarebbe tornata. Asylum, era un libro di cui discutevamo, potevamo farlo, in fondo non eravamo lì per caso. Forse sembrava a noi, ma in realtà esistevano i reparti disciplina. C’erano troppe coincidenze. Eravamo tutti vecchi, come si poteva essere vecchi a 24 anni allora, tutti soldati semplici per scelta, comandati da ventenni. Confrontando le storie, emergevano assonanze, quasi tutti studenti universitari, alcuni sposati, qualche disertore riacciuffato. E noi quattro, che rappresentamo mezza Italia, ma dello stesso colore, dovevamo rigare diritto. O arrangiarci. Noi c’eravamo rifugiati sulla zattera di materassi, altri nuotavano altrove. Una vita parallela così forte non l’avevo mai conosciuta, con regole che mutavano le visioni del mondo, violenze strane ed assurdità che diventavano normali. Per questo si parlava di Asylum, anche se bastava varcare il portone per essere fuori. Ma non eri fuori, la diversità ti seguiva, non eri più come gli altri.  Da qualche parte facevo il 5° anno di ingegneria, da qualche parte ero sposato, da qualche parte mi interessavo di sociologia e del mondo che mi stava attorno, forse ero lì per questo, oppure non c’era un nesso tra le cose. Continuavo a chiedermelo, mentre mi mandavano altrove, sul confine orientale. Il freddo mi seguiva ovunque, anche nella nuova fortezza Bastiani. Ero diventato strano, con una doppia vista, vedevo tutto dall’alto e da vicino ed era insieme grande e piccolo, vetrino e ricercatore. Non andava bene, quando tornavo non mi riconoscevano del tutto, capivo che per sopravvivere dovevo ritrovare la nave od almeno imparare a nuotare. Era il mio primo naufragio, e se lo ricordo ancora così intensamente, è perché, parlando tra noi, ci salvammo con fatica, quasi tutti. 

Non so gli altri, ma sentivo che qualcosa era finito, e non sarebbe più tornato. Ed era davvero così.

chi non paga?

Per dare un giudizio sulla manovra del governo, è poco interessante sapere chi paga, è invece, molto più illuminante capire chi non paga.

Essenzialmente non paga chi ha creato il problema, gli stessi che rivendicano, coattivamente, il principio solidaristico, ovvero dicono che tutti siamo sulla stessa barca, anche se non sulla stessa classe di viaggio.

Faccio alcuni esempi: non paga chi vende in nero. Non pagano gli evasori totali e parziali. Non pagano quelli che hanno violato le quote latte per anni, sapendo che facevano un illecito. Non pagano i ricchi, gli straricchi, generalmente il 10% della popolazione che ha in mano il 50% della ricchezza del paese. Non paga la chiesa sugli immobili adibiti ad attività commerciali. Non pagano i privilegiati, i nominati, i reggicoda, i faccendieri della politica. Non pagano gli occupanti abusivi del paese, quelli che hanno residenza altrove e rendite in Italia. Non paga chi ha sprecato, tangentato, costituito fondi neri, corrotto e neppure paga chi ha ricevuto, alterato, occultato, eluso. Non paga chi si è arricchito nel paese di bengodi senza alcun merito. Non pagano i grandi patrimoni, le banche che hanno lucrato, i detentori di monopoli. 

Sono solo esempi, voi cercate i vostri, però soprattutto non paga chi ha incarnato la politica, principale responsabile della guida della nave.

Pagano gli elettori che avevano creduto, pagano anche quelli che non hanno mai creduto, pagano i giovani e i vecchi, pagano le donne che a 60 anni si troveranno con meno forze a gestire due lavori, pagano le categorie di lavoratori che dopo 40 anni di lavoro non ce la fanno più, insomma paga la terza classe, che pure aveva già pagato il biglietto e che adesso si sente dire che ci sono gli iceberg, che il mare è infido, che dio è morto, che il capitano non si sente bene e che è meglio mettere il pilota automatico.

Domani vi dirò che l’Italia siamo noi, oggi no, almeno 24 ore per imparare a nuotare.

la democrazia non è buona

I partiti sono strutture di pace che non funzionano in tempo di guerra e questo e’ un tempo di guerra che si esercita su un sistema crudele. Chi l’ha detto che la democrazia e’ buona? Non e’, né misericordiosa né giusta, è solo, sinora, il miglior compromesso elaborato per non divorare una minoranza. E questo suo fraintendimento iniziale (in aggiunta, per sua natura, è incline al conservare ciò che esiste) funziona ancor meno nei tempi d’ eccezione. Credo che tutti noi vorremmo una democrazia più giusta, ma passando ai fatti: quali sono oggi le nostre idee per uscire dalla crisi e far ripartire un paese?

Non ho aderito al liberismo come panacea dei mali degli uomini, non mi sono iscritto al partito di Merkel e Sarkozy, se devo stare zitto ed accettare che non parteciperò al mio presente ed al mio futuro, non ho bisogno di un partito. Ma io un partito ce l’ho, finché dura e se capisco la solitudine del suo gruppo dirigente, se capisco molto di molto, ho anche colleghi che resteranno senza lavoro e senza pensione a sessant’anni. Facile dire a una persona riciclati, lavora, scegli il nuovo, ma se non funziona a trenta, come funzionerà a sessanta. Per avere un poca d’equità, bisognerebbe almeno avere delle norme in deroga che tutelino i licenziati anziani, accompagnarli fuori dal lavoro dignitosamente. Credo che un sottosegretario al lavoro che abbia lavorato in fabbrica, farebbe bene ad un governo di persone  che, quando vanno in pensione a 75 anni, pensano d’ aver subito un sopruso. Sono lavori diversi, ma penso alle donne che verranno tenute a forza nei posti di lavoro, oltre i 40 anni di contributi, oltre i sessant’anni. E’ l’Europa si dice, ma altrove ci sono strutture ed accessi multipli al lavoro talmente diversi da dare libertà sconosdciute in Italia. Se si pensa che le donne assommano normalmente l’attività di cura al lavoro, a 60 anni, lasciamo loro almeno la scelta. Per chi lavora due volte qualche pensiero si dovrebbe pur fare nel senso dell’equità.

Penso poi a come si pagherà la crisi della finanza, non parlo per me, sto bene senza particolari ricchezze, pagherò, ma in assenza di una patrimoniale vera, senza un sequestro dei beni degli evasori, in questo momento, dov’è l’ equità nei confronti delle persone che si vedono ritirare il fido, ridiscutere il mutuo, vendere la casa per debiti?

Non e’ un problema solo italiano, dicono. E’ vero, ma noi abbiamo fatto di più e meglio nel debito e nella crisi, e per restare tra quelli che contano adesso ci viene detto, che in due mesi si devono recuperare 10 anni, che l’Italia deve salvare se stessa e l’euro. Mi pare un compito immane e senza solidarietà non so che Europa verrà fuori, di certo, pensando a quale Italia pagherà il costo del salvataggio, ne uscirà un paese stremato, diviso, incattivito. Possiamo dire che queste sono le ricette e le richieste della destra, dei mercati finanziari,  allora ciò che m’ impressiona è la carenza di elaborazione alternativa. Il riformismo occidentale tace e non dice nulla sulla sua ragione fondante, ovvero come pensa di assicurare diritti, tutelare i deboli, creare una società più giusta e partecipata. Non parla di come verra’ affrontato il problema del lavoro e dei giovani nel mercato globalizzato. La terza via di Blair e’ fallita, anche quella di Zapatero ha fatto una fine ingloriosa, Obama, non ha una via liberal per uscire dalla crisi e delude, dipendendo troppo da regole che non riesce a scrivere, ciò significa che il riformismo, senza una propria visione della società che comprenda eguaglianza e giustizia, termini che significano disciplina e leggi di governo dei mercati, non esiste. Sistemi economici, sovrastrutture si scontrano. Oggi sul mercato c’è una massa di denaro pari a 6 volte il pil mondiale, che compra la democrazia, impone governi e dittatori, piega aziende e mercati delle merci, condiziona le vite, i desideri, i bisogni dell’intera umanità. La finanza non è al servizio dell’homo faber, ma a servizio di se stessa. Pensare che la produzione, il benessere degli uomini, il pianeta siano governabili in queste condizioni, senza regole, è demenziale. Cosa racconteremo, noi che siamo di sinistra, che siamo riformisti, o semplicemete ci rendiamo conto di ciò che sta accadendo, che questo mondo e’  irriformabile? Nel redivivo Candide, interpreteremo il Pangloss della situazione, sostenendo che questo e’ il migliore dei mondi possibili?

Dei tre diritti fondamentali, la democrazia così interpretata, ma ancor più il riformismo, e’ in grado di assicurare solo la libertà di pensiero e di parola. Per questo è necessario, impellente farsi domande, esserci. Voglio essere ottimista e pensare che nel dopo Berlusconi si apra una grande stagione di confronto, in Italia, sull’idea di modernizzazione e di futuro, che venga individuata una strada per portare il paese in Europa, verso una unione di fatto e di diritto, che finiscano le pagliacciate sui secessionismi e le piccole patrie senza luogo, che nel confronto tra destra e sinistra ci sia la consapevolezza che l’intero edificio è un valore.

Ma nell’attesa, vorrei anche partecipare al presente, avere la possibilità di discutere della crisi dell’economia e dei partiti, cioè dei due vincoli che governano la mia vita, non essere in una democrazia di guerra che zittisce. I presupposti su cui sono nati i partiti maggiori in Italia erano diversi. Non solo i partiti non servono in guerra, ma è la situazione in cui sono nati che non prevedeva tale e tanta gravita’ e cambiamento. Francamente nessuno oggi, anche se lo spera, vuole sentirsi raccontare di non preoccuparsi, che passera’ e che tutto sarà come prima. Per questo credo che, nel ribollire delle urgenze, ci sia uno statu nascendi da creare, che l’equità immediata sia necessaria come la privazione, che l’abbattimento del privilegio, porti a nuove regole di pulizia nell’essere sociale. Nell’attuale, incredibile situazione di democrazia alterata, è compito di chi vorrà governare poi, dire subito cosa accadrà, dare un senso ai sacrifici, stipulare patti vincolanti, introdurre la comprensione della realtà accanto alla tensione dell’orizzonte verso cui si vuole andare.

Ricostruire regole e convivenza, spazzare via il vecchio che ha portato a questa situazione, riprendere in mano il proprio destino, non ci può essere solo accettazione supina, questo lo deve sapere il corpaccione vecchio della politica, e lo deve sapere anche il governo dei tecnici a cui è chiesto, non di fare ciò che altri non ha avuto il coraggio di fare, ma di trovare strade nuove e poi lasciare il campo perché è finita l’epoca del governo dei generali e torna la normalità.

La democrazia non è buona, ma la dittatura della finanza è peggio.

corrégime

Non tutto è da buttare, il corpo si tiene. Sente molto l’entropia, e la cosa è più grave per quelli che si poggiavano solo sull’aspetto, ma con una terapia radicale di accettazione si può ricollocare. La testa si tiene, anzi è lei che ci tiene. Evitare il luogo comune nettato dal pensiero, le scorciatoie, la ripetitività, la razzia nei terreni altrui, il cibo predigerito. Sarà poi così vero e poi riuscirà sempre l’operazione? E’ una fatica immane, un rigore da calvinisti d’altri tempi. Eppoi non abbiamo una cornice appropriata, chessò, il lago di Ginevra per discutere di predestinazione e libero arbitrio. Ma visto che possiamo, scegliamo il secondo. E la critica e l’ironia verso sé comprenderà il dubbio perenne, conscio che la stupità non pesa ed è invisibile a chi se la porta appresso; e che è pure, contagiosa per convenienza od accettazione. No, no. Forse non basta, ma il dovrei diventare stupido per farti contenta, lo togliamo   dal pensato, ché devasterebbe noi senza alcun premio.

Concediamoci di sapere chi siamo, di non lasciare ad alcuno il compito di definirci. Allora sarà più semplice vederla negli altri, la stupidità, e tenere la direzione.

Questa del tenere la direzione è forse la cosa meno complicata, si segue ciò che si è, ci si conforma alla propria “bellezza”. Meno complicata non significa facile, e concedetemi questa stupidità di ritorno analoga all’analfabetismo…

Che poi il percorso circolare: analfabeti, alfabeti, analfabeti, si avvera di frequente, anche in chi non lo sceglie. E, se non si sceglie un percorso lineare, funziona anche con l’educazione ai sentimenti: maleducazione, educazione, maleducazione.

L’eterna discussione tra lineare e circolare è la prefigurazione del confronto tra la consunzione (ostentata, ma accuratamente espunta dalle conseguenze) del fare che brucia, e il conservare, in cerca d’eternità (condizione che riempie anche per sottrazione e con una notevole propensione ad identificare come circolare ciò che in realtà è una spirale). 

Un tizzone lanciato contro il cielo nella notte, e la scienza del maneggiare il fuoco degli dei.

Scegliendo il secondo per affinità, attrezzo le mani al calore.

esercizi di guinzaglio senza cane

Versione A

Stanotte tornando a piedi, penso, la sala dei Giganti era bellissima, e anche l’acustica non era male, Britten gradevole, le voci intonate, sto percorrendo le strade del ghetto, davanti ai bar si ammucchiano bicchieri di plastica e ragazzi, che segmentano la strada, vuota per lunghi tratti poi improvvisamente piena, le case, un tempo piene di famiglie di ebrei, poi di poveri ebrei, poi di poveri, ora ospitano ricchi borghesi infastiditi dal chiasso, per recuperare ogni centimetro cubo le hanno lasciate strette e alte, fino alle altane trasformate in pompeiane, il modo migliore per riflettere le voci in un brusio d’alveare, l’acciottolato delle vecchie strade, massaggia i piedi, sassi tondi di fiume che hanno conosciuto carrozze, rivolte, fughe, miserie, adesso sono incongrui alle scarpe sottili delle ragazze, solidi ai scarponcini prensili dei ragazzi, discreti alle mie, tengono indifferenti, tutti, i sassi, ai lati portici accolgono caldo dalle bocche di lupo, vomito e piscio d’ubriachi, carte, bicchieri, cartoni e sacchi a pelo delle nuove miserie, all’angolo del prato un’impalcatura è stata issata per lavorare di notte al circolo ufficiali, i rumori di giorno, disturbano le guerre combattute in ufficio e alla buvette, schiocchi di lamiere percosse dai secchi che salgono e scendono con carrucola semplice e cigolante, leva del primo ordine per far meno rumore, fallito l’obbiettivo strategico, penso, le case di fronte si lamenteranno, nessuna luce dal circolo, salvo dalle finestre del retro dove si vedono le cucine, lì s’è impiccato un mio compagno di militare, parlava solo tedesco, faceva il pastore, non lo mandavano a casa, nel prato gli alberi sono contornati di luci, una nuvola all’interno del cerchio di statue, il cloud senza dati, chissà perché non lasciano stare gli alberi, penso, e kitch per kitch, non mettono le luci alle statue dei padovani eccellenti, Cattelan è di queste parti l’avrebbe già fatto se l’avesse pensato, sotto il portico del corso, escono dalla pizzeria Orsucciricettasegretad’impasto, pizze in cerca di notti interessanti, e spavaldi ragazzi, forse innamorati, sono seduti ai due tavolini d’ alluminio all’aperto, birre gelate e  desideri evidenti, la città si stira verso natale, per densità decrementanti di persone e di luci auguranti, si avvia oltre la cerchia muraria, i tram si incrociano allo stesso posto, esce calore dalle porte e il soffio d’ aria compressa che le comanda,  qualche scintilla dal trolley, non c’è nebbia, solo il primo freddo, fischio piano seguendo i passi ritmati, tirando boccate lunghe di toscano, qui sto bene, penso

Versione B

Dopo il concerto, freddo notturno, alzato il bavero, mi avvio verso casa, tra città, portici, persone: qui sto bene, penso.

la consistenza dello spray

Il limite dell’orgoglio, mica è un limite, è l’affermazione che si può dissipare perché si possiede. Basta cambiare tono, affilare le parole che restano tonde e calme, come le bombe dell’ottocento e di topolino, ma è solo apparenza perché, per sputare contro il cielo, bisogna rendere spray la propria essenza vitale.

Quando penso all’atteggiamento tartufesco della convenienza, mi viene in mente un’immagine piegata, un lavorar d’astuzia che genera altra astuzia e poi ancora astuzia in una parabola senza fine che cerca un terreno in cui riposare.

Altri esercizi d’intelligenza sono possibili quando, con un gesto ampio del braccio, si spazza il tavolo. Non battendo il pugno, ma liberando il campo. Ed allora una improvvisa libertà bagna ad ondate. Sembra immotivata, non eravamo gli stessi solo un attimo prima? In realtà s’è aperto un sipario ed un nuovo spettacolo inizia, allestito a partire da quel dissolvere, che non è diminuzio, anzi, ma è il motivo per considerare che il futuro è più interessante d’ un passato rattoppato.

esercizi di chiarificazione

Per incomprensione o peggio, invidia, nessuno ti dirà mai che hai vissuto appieno. Chi ti ama lo sente, assieme alla tua ricerca, alla scontentezza che t’accompagna, alla felicità improvvisa che ti coglie, a ciò che, incongruo, ti commuove. In fondo le felicità sono davvero tutte uguali, anche le tue e la diversità è nella scontentezza. Ci sono scontentezze banali e scontentezze vitali. Quanto spinge innanzi la insoddisfazione di ciò che si è?  Nel tuo ritratto segreto c’è l’ ergersi umile del restare sottotraccia eppure esserci. Quanto hai mostrato agli altri che davvero ti facesse il ritratto e quanto invece hai serbato ? Nessuno più di te, cameriere di te stesso, conosce il limite, la debolezza e la forza insensata che nascondi, tutto sta dietro ad una porta accuratamente serrata. Solo la pazienza di chi ti vuole bene, segue le vie tortuose del tuo cervello, magari se ne innamora, ma tu non sei innamorato di te, combatti una battaglia per non lasciarti prendere, neppure da te stesso. In questo hai fatto, scelto, seppellito le fughe dell’astenersi per stanchezza, tutto tritato nel positivo del tuo passato. Che è tuo, solo tuo, mai d’altri.

Nessuno ti dirà che hai vissuto appieno, tu lo sai nell’insoddisfazione che t’accompagna, nel tempo che hai gettato e in quello che hai donato, è una cosa tua vivere e riconoscerti. La pienezza del vivere non è nella quantità di cose fatte e neppure nella raccolta di esperienze avute, non per te, la pienezza è nel riconoscere la propria vita, sapere che è davvero solo tua e che morirà con te, ma qualcosa intorno avrà pur modificato. Fosse solo la traccia nelle case che hai abitato, nelle persone che hai conosciuto, nelle cose che sono rimaste e che finiranno disperse, com’è giusto sia, perché quelle cose erano te e null’altri che te potevano legarle assieme di filo grosso, o di refe, come ami dire. Ti è capitato di entrare in appartamenti chiusi da tempo, di osservare gli scaffali, le cose ordinate nelle mensole. Non sapeva chi le ordinava che altri occhi avrebbero visto, oppure un messaggio era stato lasciato? Quando non si persegue la grandezza, ma solo il vedere, le cose diventano banali e minuscole per gli occhi disattenti. E’ stato così anche per i sentimenti, oppure ti sei esercitato nel dare più che nel ricevere? E l’ordine d’importanza che mettevi, è stato colto? Se pensi alla bellezza ne vieni ancora sopraffatto e quando la riconosci, distingui e dici senza ritegno, oppure la tua educazione t’impedisce di dire che ciò che è volgare resta volgare? Una volta discutesti a lungo sulla volgarità del desiderio esibito, e su quella ricchezza segreta che deve liberare la nudità per esporne il nitore. Discutesti perché tanto esibire, mettere in piazza, ti pareva pornografico, com’è tutto ciò che deve trovare una ragione di sé in ciò che ostenta. Discutesti, cancellando ancora un po’ del tuo ritratto, mettendo in sordina i tuoi strani pudori, perchè non era la nudità che ti colpiva.

Nella parzialità che hai sempre messo nel non lasciarti conquistare appieno, c’è, non il sospetto o il rifiuto, ma la difesa intransigente della differenza. E tanto più piccola essa si faceva, tanto più forte quella cifra diventava segreta. Ogni nostra funzione, quando diventa dipendenza ci oscura il mondo e lo fa vedere solo attraverso il desiderio, e lo piega, disperdendo la nostra forza. Questo ti pareva allora, quando sostenevi che è necessario conservare la pulsione come elemento forte di sé, come motore per essere d’altri quando lo si sceglie davvero. Senza compromessi come il falco che guarda dall’alto il mondo e sceglie ciò di cui cibarsi.