cadeau

Ogni anno ricevo un piccolo libro di poesie, contiene un’ acquaforte ed una dedica su un cartoncino. E’ un libro quadrato, di poche pagine in sedicesimo, semplice nel suo colore pastello e inchiostro seppia. Le parole a volte colpiscono, altre volte scorrono, leggo, spesso torno a rileggere. Sono poeti che non conosco, c’è il piacere della scoperta, spesso l’affinità del sentire. Non confronto mai quello che leggo con quel mio, che non oso chiamare versi, mi basta l’idea di capire.

E’ un regalo che attendo, non so se chi me lo spedisce sappia il piacere che mi procura. In questo caso, essere inseriti in una mailing list, è stata una scelta di altri momenti che continua a generare code di felicità. Penso che è strana, ormai, l’attesa dei rari doni da adulti, incongrua, anche se mi fanno un piacere particolare, come il sapere che qualcuno aggiunge intenzione all’amore dell’altro. Nel mio passato ho molto da rimproverarmi al riguardo, disattenzioni, frette da ultimo momento, stanchezze, finché le parole fatidiche sono risuonate: non facciamoci più regali, tanto si possono fare tutto l’anno. Ed invece la meraviglia del bambino che ci portiamo dentro, in giorni particolari attende di più. Ma è una sensazione personale senza pretese di generalizzazioni.

Così quando arriva il mio libro di poesie, ne sono felice e il suo profumo d’inchiostro si prolunga, taglio le pagine intonse, leggo e dopo l’epifania lo metto accanto ai predecessori. Di costa, nel loro cantuccio negli scaffali di poesia, li allineo nei colori, sentendo che pure le parole si allineano, è una bella sensazione che i significati si allineino. Ed un senso d’amicizia fidata per un attimo, mi percorre.

senza perderci troppo la testa

Il pensiero del natale, e poi di questa inusuale concentrazione di feste, mi scuote sempre in questo mese. In fondo gli agnostici, i non credenti sono sempre costretti a prendere posizione sulla ragione di una festa, fosse anche per la sola parte consumistica, che ritengono immotivata per quanto li riguarda. Ma c’è ed in occidente funziona, quindi prescinderne è difficile, tanto vale entrare nella contraddizione, E di questo vorrei parlare: della contraddizione tra ciò che si pensa e ciò che si fa in questo periodo. La mia tesi è che non c’è contraddizione se semplicemente viviamo questi giorni come ci viene. Stamattina ero nel traffico, e ci pensavo, anche sollecitato da alcune vostre riflessioni, una convinzione è emersa per quanto mi riguarda. Il retaggio del cambiamento radicale è qualcosa che mi/ci portiamo dietro, dal cattolicesimo maldigerito dei nostri anni giovanili. Quell’idea di muro, per cui solo la perfezione è il meglio, solo ciò che sta all’interno di una interpretazione del mondo è buono, il resto è fuori, è imperfezione, non ha speranze, ecc.ecc. E  invece per fare qualcosa di buono, basta semplicemente vivere e avere un minimo di coerenza. La “bontà” è fatta anche di gesti singoli, di quello che do ad un extracomunitario, di un’ attenzione per gli altri, di un pensiero che accoglie e che vede il bicchiere mezzo pieno. Il bene è facile, la perfezione è difficile, però se cerco un po’ in sintonia con quello che penso, non occorre mutare la mia vita, basta vivere, far quello che mi viene ed avere speranza. Se il senso della storia è quello che il nuovo sostituisce il vecchio, io faccio parte della storia nel mio cambiare, ne esco quando mi fermo, quando non faccio nulla. Chi si pone domande ha la vita che ribolle dentro, e quindi fa parte della storia. Il nuovo ci accetta come siamo, la vita ci accetta come siamo. Ci mette in discussione per tenerci in moto, ma ci accetta. Allora non ho più urgenze, ma occasioni, e per fare qualcosa di buono per me e per gli altri non devo attendere chissà quale coerenza, semplicemente lo faccio perché mi viene. Noi siamo la nostra storia, la nostra vita è quello che trasmettiamo a noi stessi prima che agli altri, e la novità è che possiamo tirare una riga ogni giorno senza rinunciare a noi, tenendoci come siamo e come saremo. Dov’è allora la contraddizione, sto facendo, farò, sto cambiando, cambierò.

Buone giornate di festa a tutti.

il senso della distanza

Un amico in questi giorni è in Mongolia per lavoro, passerà il natale ad Ulan Bator ed era un po’ triste per questo. Finché ne parlavamo, dicendoci che in fondo è un giorno, mi son fatto una domanda, che parte dal mio rifiuto di quanto avviene a natale: per me sarebbe lo stesso essere distante, senza nessuna delle persone che mi sono care, vicina? No, non sarebbe lo stesso e questo testimonia quanto sono dentro alle convenzioni che non rendono tutto eguale. Forse lo spirito vero di questi giorni, per chi non crede, è quello dell’interrogarsi su sé. Lo facciamo sempre, ma adesso si procede per differenza anziché per similitudine, ovvero ciò che manca costringe a riempire un vuoto e non a traslare un senso. Mi spiego meglio, se mi faccio domande, rifiuto le convenzioni facili, le luminarie, il finto essere buoni e sono costretto a riportarmi sulla mia verità. Alle cose che contano davvero e che resistono agli attacchi inconsulti delle urgenze quotidiane. La religione, la fede, relativizza molto, porta tutto su sfere elevate dove il senso religioso delle cose prende il sopravvento. C’è una religione laica del vivere, un conformarsi a sé e al senso degli altri che ci aiuta a non considerare che i giorni siano tutti eguali, ma questo non implica che i giorni abbiano la stessa diseguaglianza. Il senso della distanza permette di essere assieme agli altri, che pur la pensano diversamente, e al tempo stesso partecipare della propria sensibilità. Credo che questo sia il punto alto della riflessione su ciò che ci sta attorno, noi, io viviamo e di questo vivere avvertiamo l’eccezionalità, la tensione verso il come vorremmo fosse. L’epifania è il realizzarsi della promessa verso noi stessi e quindi gli altri. Quando si parla di ciò che resta si può pensare ad una pepita nel crivello, oppure al pattume grosso delle nostre vite, preferisco pensare che la vita sia fatta di pepite, di cose che contano davvero e restano.

la banca delle capre

Questa storia nasce diversi anni or sono, nel sud del Senegal, la parte più povera del paese, nel villaggio di Cumbacarà. Questo villaggio, della provincia di Kolda, è al confine con la Guinea Bissau, ed è la sede della comunità agricola che raggruppa 23 villaggi. Quando parlo di villaggi, parlo di aggregazioni di capanne di paglia e argilla, senza energia elettrica, senza acqua potabile, con al centro la spianata per le riunioni e l’albero della comunità. I villaggi hanno pochissime strutture in muratura, a Cumbacarà c’è un piccolo ospedale che da noi sarebbe più o meno un ambulatorio e che serve una quindicina di villaggi. La popolazione dei villaggi è variabile, può andare dalle  poche centinaia di persone alle decine. A Cumbacarà la vita è quella del Senegal più povero, soggetto a carestie, emigrazione e desertificazione, la stessa che avviene fuori delle città e di Dakar. La giornata è scandita dalle necessità: l’acqua, il cibo, il lavoro agricolo, i bambini, gli anziani, la vita di relazione e l’affetto di chi non ha e che si vede ben presente come legante familiare e comunitario. La mancanza di autosufficienza alimentare, oltreché dal clima è determinata dalle massicce coltivazioni di arachidi per far olio e burro da esportare. Adesso si aggiunge la minaccia di coltivazioni di biocarburanti, che in un territorio pur fertile, espone costantemente alla fame e alle malattie. In particolare i più colpiti sono i bambini, ma anche la struttura sociale, le leggi interne alla comunità, i diritti di genere, sono fortemente condizionati dai bisogni primari. Un agronomo, Ndiobo M’Ballo, nato in questo villaggio, ma che aveva avuto modo di lavorare per le organizzazioni internazionali, pensò che dedicarsi al suo paese, al suo villaggio, alla sua gente fosse una buona scelta per la seconda parte della sua vita. Ha fondato una ong di diritto senegalese e sulla base delle necessità più impellenti, ha cominciato ad agire partendo dall’osservare quello che facevano le donne per affrontare i problemi quotidiani. Una delle prime idee per combattere la fame e per fornire alimento ai bambini, si basava sul fatto che la soluzione doveva essere compatibile con il territorio e disponibile tutto l’anno. Sempre osservando il rapporto tra donne, problemi e ambiente, puntò sulle capre che già c’erano, facili da pascolare ed autosufficienti, e al contrario dei bovini, mangiavano di tutto. Così nacque l’idea che fornendo due capre femmine ed un maschio per due anni, ad una donna che ne facesse richiesta, si poteva dare latte naturale ai bambini, avere una piccola certezza di sussistenza, consumare la carne quando la capra in eccedenza veniva macellata. Alla fine dei due anni la donna doveva restituire due femmine e un maschio dell’ultimo parto. Sì, perché le capre figliano tre, quattro volte all’anno e alla fine dei due anni, la donna poteva avere un piccolo gregge. Così è nata la banca delle capre, che adesso può contare su un circolante di oltre 1800 capre e che si incrementa ogni anno, solo che stavolta gli utili restano nei clienti e la banca si accontenta di essere parte della crescita della comunità. Le capre sono state acquistate con fondi che provengono da donatori, anche adesso stiamo facendo così per incrementare il circolante, grazie a persone che hanno voglia di investire a fondo perduto qualche euro, più o meno una decina  a capra, su un progetto concreto, senza costi di cooperanti e strutture, e quello che si dà va a finire sull’obbiettivo. Ogni anno un gruppo di sostenitori, a proprie spese, va a controllare come funziona il tutto, incontra le persone, ascolta le necessità, dibatte, cerca di capire. Capire non è facilissimo perché bisogna spogliarsi della nostra testa e della tecnologia che risolve tutto. Lì tecnologia non ce n’è, a parte i telefonini che stranamente ci sono dove pure non c’è acqua potabile ed energia, e le soluzioni che sembrano facili, in realtà sono sciocchezze perchè non fanno i conti con il clima e le infrastrutture inesistenti.  Ma prima di fare strade e ponti, bisogna sfamare le persone puntando non sugli aiuti esterni, ma sull’autoproduzione, sull’auto sostentamento. Questo fa l’ong 7 A Maa Réwée di M’Ballo e non è l’unica sua iniziativa. E’ stata attivata la banca delle sementi che evita la dipendenza dalle multinazionali che forniscono semi sterili geneticamente modificati, c’è un mulino diesel, e adesso punta al secondo in un altro villaggio, per macinare senza spaccare mani e braccia alle donne con i mortai, c’è una sala parto arrivata dal Veneto, pozzi e orti che stanno crescendo per il fabbisogno quotidiano, una risaia che contiene anche l’acqua nella stagione delle piogge. Assieme alle iniziative è nato un piccolo commercio gestito da donne nei villaggi, e con questo, oltre la piccola indipendenza dai maschi, anche la richiesta di imparare a far di conto e di leggere e scrivere. Purtroppo è fallita la banca delle galline, per una moria da infezione, ma credo che la cosa si riprenderà. Tutto questo, con gradualità, muta i rapporti nei villaggi, le donne sono molto coscienti del loro ruolo, anche politico oltreché sociale, le ho viste con i miei occhi e sentite, difendere il ruolo e i diritti. La pratica dell’infibulazione è arretrata tantissimo, man mano è cresciuta la coscienza di sé e del proprio valore, la barbarie tende a scomparire. Basta confrontare i dati con i villaggi della Guinea Bissau, che sono ad appena a 10 chilometri, per accorgersi cosa può fare una piccola indipendenza economica femminile. Perché il dato più importante, accanto alla diminuzione della mortalità infantile, è proprio questa nuova coscienza delle donne che ha rimesso in moto una società bloccata, in cui le stesse donne chiedevano ai figli di emigrare, piuttosto che vederli in balia della fame vicino a casa.

L’equazione è: alimentazione autoprodotta dalle donne=>  maggiore protezione dei figli=> maggiore consapevolezza del valore =>richiesta dei diritti che tutelano la persona.

Chissà se sono stato chiaro? Comunque il 4 gennaio ci torno e poi vi saprò dire.

laudano

Stasera stavo un po’ così, accade. E quando se ne conosce il motivo non è meno doloroso, ma che farci con il dolore? Francamente a me non piace star male, non ci sguazzo dentro neppure quando lo ritengo logico o giusto. Un conto e’ la melancolia, quella la conosco da mò,  un conto è il dolore. Già la parola dolore, mi pare troppo importante, da riservare ad altre cose che hanno acuzia, che prostrano e, siano esse fisiche o mentali, implichino, per affrontarle, l’uso di altre energie e risorse. In fondo per questo malstare, devo solo fare i conti con me, e con il divario tra ciò che vorrei e ciò che sono. Non mi convincono, e non invidio, i satolli, i cinetici, i soddisfatti, li sento in cerca con altri modi d’essere e non ho quella testa. Vivere senza pelle e’ una scelta, come tagliarsi il prepuzio da adulti, qualcosa che ti ricorda in continuo un’ appartenenza, una condizione. Uscirne e’ possibile, basta sentire meno, oppure diversamente, ma chiunque sappia di cosa sto parlando, sa anche che il sentire e’ una droga auto prodotta, come le endorfine, e che crea dipendenza. Si può scegliere di disintossicarsi facendo scorza, mutando, ma bisogna sceglierlo, cambiando il modo di percepire se stessi e gli altri. Difficile.

Il secolo scorso è stato il secolo dei sentimenti, nel senso che il ruolo del sentire è stato valutato come condizione alta dell’uomo. Forse anche sopravvalutato, perché tutto questo sentire non ha impedito eccidi immani e inumani, dislocando il sentimento in sfere che non avevano apparentemente relazione con le atrocità che venivano commesse. Gli aguzzini dei campi di sterminio amavano i loro bambini, in primavera guardavano i prati fioriti, ascoltavano Bach e Beethoven, leggevano Goethe e Rilke, quindi sentire non significa essere buoni, neppure e’ una vaccinazione contro qualcosa, pero’ se diventa una scelta crea domande e le domande possono far male.

Il vantaggio delle domande è che hanno risposte e una risposta sincera, anche se fa male, è una terapia che fa crescere, mutare. Provate a chiedere a chi sceglie questo modo d’essere se davvero cambierebbe, vi direbbe di no, solo che ogni tanto avrebbe voglia di riposarsi. 

p.s. considerata la quantità di pubblicità di musica classica per radio, natale dev’essere vicino

foto d’interno con famiglia

Quasi tutti hanno gli occhi chiusi o altrove. La macchina fotografica è entrata nella casa, già ha modificato i rapporti tra l’apparire e l’essere. Atteggiarsi è più importante per dare misura dell’essere consoni al ruolo. Ognuna di queste persone ha una vita propria diversa. Siamo in Spagna, prima della grande guerra. L’interno è quello di una casa borghese, già si è superato il limite dell’affetto ottocentesco, il lei appartiene più ai genitori che ai figli. Il giovinotto segna il distacco pur mantenendo il legame. La posa, la camicia con il colletto rigido , il panciotto dal taglio elegante, lo fanno più adulto e un po’ zerbinotto. Ha già avuto le sue esperienze, i suoi amici lo attendono al caffè, è in apprendistato per il vivere.  In Spagna ci sono i casini, i circoli dei borghesi, dei nobili, della caccia e via dicendo, ma fa fatica ad espandersi il cabaret, soprattutto in provincia. La ragazza si affida alla casa, ai genitori, le troveranno un marito, ma i suoi occhi diretti, gli unici che guardano l’obbiettivo, fanno presupporre una ingenuità, mista a coraggio. Forse il marito lo proporrà lei, anzi il pensiero è già presente. Si esce di casa presto, per maritarsi e per riprodurre l’agiatezza da cui si proviene. Lo status è un contenitore in cui le vite si sviluppano, un incubatore. Sopra l’ottomana, simmetrici ci sono i ritratti dei nonni, probabilmente entrambi morti, sono numi tutelari del ricordo di ciò che si è. I genitori sono intorno ai quarantanni, forse più giovani considerata l’età dei ragazzi, ma già molto maturi entrambi, infagottati negli abiti che diventano corazza verso gli altri e verso se stessi. I mobili, la tappezzeria, l’ampiezza della stanza e le suppellettili, testimoniano una condizione agiata. Adesso possiamo chiederci quali pensieri si aggirano nelle teste, quanto il fotografo abbia celato nel mestiere e quanto abbia lasciato trasparire nelle pose, nella noncuranza del marito sul bracciolo, nel comporre un ritratto rassicurante, che si avvicina più a quella del pittore che a quello di chi ruba lo sguardo e il lampo di pensiero. C’è un’apparente calma e unità, ma avverto una tensione che diverge, ogni persona ha un obbiettivo proprio. Quella che sembra con meno futuro, ovvero con un presente solido da riprodurre, è la madre. E’ ancora nell’altro secolo e la figlia cerca in lei l’affetto, non lo specchio. I due uomini si stanno rincorrendo, il padre tiene a bada, ha un buon controllo della situazione familiare, il figlio avrà le libertà che lui deciderà. Complessivamente l’affetto circola, non sono assieme per caso, la fotografia deve testimoniare un’unità, un come eravamo che sia esemplare. Se ci riesca o meno poi ognuno è libero di pensarlo. Mi interessano i pensieri, li sento tutti diversi, l’unità è il vincolo familiare, ma le vite divaricano. 

lavorare è fatica

Il lavoro è una cosa seria da queste parti, ci si suicida per il lavoro, per la responsabilità del lavoro degli altri. Sono più di venti gli imprenditori che si sono tolti la vita negli ultimi tre anni. La camera di commercio un anno fa aveva istituito un punto di aiuto, di ascolto, ma a che serviva se non era in grado di dare prestiti? L’hanno chiuso. Si somma tutto : debiti per forniture, crediti che non vengono pagati, banche che chiedono il rientro, la pubblica amministrazione che non paga, mercato difficile e alcuni non ce la fanno. Il lavoro, come è stato insegnato nelle case è la realizzazione dell’uomo, la misura del suo successo come persona. Successo verso di sé, prima che verso gli altri. Un poca di ironia non guasterebbe, ma è più semplice sentire bestemmiare a raffica piuttosto che una relativizzazione del lavoro. Tutto il benessere in questa terra d’emigrazione, l’ha creato il lavoro senza limiti,  l’auto imprenditoria seria. Prima erano contadini abituati alle difficoltà dei raccolti, impermeabili alla politica, custodi di una libertà individuale che rasentava l’anarchia e che ha devastato il territorio di costruzioni e fabbrichette. Fedeli a nessuno se non al lavoro, quel lavoro a testa bassa, che ha tolto le altre dimensioni della vita. Quello che si può comprare serve, è buono e il resto è fantasia. La ricchezza viene esibita e nascosta, come la povertà, a seconda di chi si ha davanti. Quando si parla del sud, per dargli una dimensione benevola, usano un esempio semplice: qui si dice andiamo a lavorare, lì si dice andiamo a faticà. E si ride. Come se il lavoro qui fosse una festa, una dimensione epifanica del vivere. E non ci si rende conto che senza l’ ironia della testa e delle parole, non si vede la realtà e che il lavoro è fatica davvero, oltre quella fisica, che consuma e che ogni tanto dovrebbe finire.

Dovrei scrivere le memorie di un costruttore di zone industriali, dei sogni che accompagnano i progetti, quelli di chi progetta e quelli di chi si insedia, dovrei parlare dei sogni che si mettono sulla carta cercando di trovare una sostenibilità per l’uomo e per l’ambiente. Dovrei dire che non basta mettere il verde dove si passa più di metà della vita, e neppure i pannelli fotovoltaici sui tetti, che esiste una sociologia delle aree produttive che cambia gli uomini anche a casa, che bisogna produrre meglio per vivere di più, e che si può fare. Ma mi sembrano solo sogni da un po’ di tempo, chi è dentro la fabbrica era cinese prima dei cinesi e ciò che è fuori della fabbrica, ha regole spietate. Il lavoro è stato il legante di queste individualità, ha dato una dimensione collettiva, ma adesso che la crescita è finita, è difficile cambiare, ognuno ritorna ad essere solo e le braccia, la fatica non bastano più. Ecco una chiave che permette di leggere un territorio disorientato, ma se questa fosse la diagnosi, la terapia sarebbe terribile e nessuno l’applicherebbe: ripensare il lavoro, qui è impensabile.

l’avvocato

Mi parlava del seno arrogante, della bellezza della sua amante, l’avvocato. Rideva, e gli occhi si inumidivano, commossi dall’attesa ricca di certezze. Con lo stesso gesto da difesa d’infamoni, ben usato in tribunale, insinuava il dubbio. Tanto convincente da sapere che non l’età, era più vecchio di me, ma il ruolo giocava molto in questo rapporto che a lui restituiva  anni e a lei, interesse. Lo diceva, con le giuste sospensioni, quel confidenziale da giuria, fascinoso e ironico. Forse lo stesso che usava con lei e con chissà quanti ancora. Mi aveva spiegato che no, non fingeva in tribunale. Si convinceva prima della giuria e poi si lasciava andare nel mestiere. Gli veniva naturale anche fuori, come se nel tribunale della vita fosse possibile ottenere un’assoluzione per insufficienza di prove, oppure la non condanna per incapacità mentale di capire. Mi parlava del bisogno di sicurezza, di certezze che intaccano la realtà, le “prove”, del fatto che siamo uomini che parlano ad uomini. Questa del sesso era una sicurezza, una serratura per la sua vita, una conferma. Banale, vero? Me lo diceva conscio che in certi casi sappiamo tutto, come in tribunale, e che la parola attenua una sofferenza, rende leggera una consapevolezza, ma non la toglie, la accantona appena, cercando di rendere compatibile una realtà con l’uomo.   

In realtà era come per l’attore, che vive molte vite che hanno una durata limitata, ma poi la propria la deve riconoscere.

Disse così, e mi riparlò dell’amante.

mediterraneo ad Alicante

Voci di bambini nel museo d’arte contemporanea, arrivano attraverso i ballatoi delle scale. Seduto davanti a una scultura cinetica di Eusebio Sempere, mi perdo nel suono. Ascolto e guardo. Lo spagnolo è una lingua a fiotti, un blocco di parole che s’assottiglia, fino a tacere, fa una pausa e riprende con un nuovo fiotto. E’ suono con parole che riconosco, ma m’interessa il suono, cosa so di questo, che fu un’impero enorme? Poco, nulla delle sue imprese, del fare materiale. Ricordo qualche archistar recente, ma mi sfuggono gli ingegneri, i matematici, le scuole di fisica. Di sicuro c’erano, hanno realizzato macchine di lusso, aerei, orologi di pregio, steso strade ferrate con uno scartamento orgoglioso ed incomunicabile. Hanno costruito come dovessero conquistare il mondo dei trasporti, della meccanica, dell’aria (air nostrum recita il motto della compagnia aerea regionale valenciana) e si sono fermati ai Pirenei. E’ mia ignoranza, conosco poco, Braudel principalmente, mentre a scuola ci si ferma a casa propria. Così passa solo musica, letteratura, teatro, poesia, pittura.  Cose che, con più facilità, vanno in giro per il mondo, si spostano, toccano, entrano e si confondono con altro conosciuto, senza la necessità di creare imperi. Ma cosa so davvero di questo mondo? Nulla, eppure erano dalle nostre parti poche generazioni fa, cugini dei Savoia, ci sono cognomi, parole nel mio e in altri dialetti, scambi economici forti, e il Mediterraneo.

Il Mediterraneo non è un insieme di paesi – ho letto su alla fortezza- il Mediterraneo è un modo d’essere, fatto d’acqua, di mestieri comuni di mare e di terra. E d’ingegneria del bello più che dell’utile, aggiungo di mio. Forse per questo, non sono riusciti a costruire un impero ed invece sono stati bravi a demolirne un’altro in America latina, perché nel Mediterraneo per demolire imperi c’è un vero talento.

Il Mediterraneo è un luogo, dove i popoli si intersecano in continuazione e soprattutto conoscono la luce, il sole, il cielo. Forse per questo abbiamo lasciato che la precisione e l’utile fossero più a nord dove la luce è più breve, gli inverni più lunghi. Calvino, Lutero avrebbero avuto le stesse idee nascendo a Palermo o a Cadice?

Fantasie.

Qui è caldo e manca una settimana a natale. Intorno abeti incongrui, neve finta che non riesce a distogliere lo sguardo dalle architetture di tufo e arenaria: sono belle gonfie, gravide di significato. Altro che ascetismo vegetale rivestito di luci, qui la festa dura tutto l’anno e il gotico è solo un mezzo per alleggerire pilastri ed archi, dando modo di riempire di più i volumi. Tutto si riempie troppo, è il calore del pomeriggio, delle notti, che trabocca, che investe il ragionamento. Anche il mistero usa altri simboli, sguazza nel colore, sfugge le geometrie e cerca i corpi. Dove altrove impera il numero, qui il ragionamento misterico prende la forma, porta lo sguardo verso il particolare che lievita l’attenzione. Non si semplifica nulla, anche qui attorno nelle opere del museo, è il senso che predomina. La complessità dell’attrazione, del desiderio, della vita, è senso. E’ come vi fosse senso ovunque, investe i rapporti che si toccano e si difendono, l’alterità diventa altezzosità. L’altezzoso si spegne nell’intimità, all’esterno disegna il suo ritratto, riempie l’aria di volume, fornisce contenuto. A Murcia, la cattedrale ingloba pezzi di moschea, ma non s’accontenta e contiene un’altra chiesa nella navata centrale e non c’è più spazio per la folla dei fedeli verso un unico altare, cosicché si distribuiscono in decine di cappelle laterali, lasciando a ciascuno la preferenza di santità, di grazia da impetrare, di sequela. Gli ingegneri gonfiano gli edifici, i fedeli le attese, l’aria risuona di carillon di campane, i mendicanti si contendono le uscite e i benefattori. Mediterraneo. Al freddo del centro Europa abbiamo lasciato il rigore, la regola Kantiana, qui il rigore è regola scritta, ruolo, funzione da mostrare, come la manutenzione delle cappelle assegnate alle famiglie finché il santo diviene persona di casa, con diritti e doveri. Funzioni esteriori e rigorose, decoro e status.

Esco, un signore anziano cammina con una cappa nera, ha bastone e cappello, che so di queste persone, nulla. Intorno le auto e la spiaggia come a Cannes o a Napoli: Mediterraneo.

il bosco dell’appennino

Attraversare un bosco ininterrotto, di lecci, querce e castagni, sulla via antica nellle tracce d’una appia apocrifa da X legio, questo nell’ appennino, così pieno di vita e solitudine. Da Sasso Marconi a Fiesole, ché sporchi non si deve scendere in Firenze. Mi sono sentito Gianni Schicchi mentre guardavo la città dall’alto, con la presa del pensiero urbano che riprendeva mappe, coscienza del proprio vestire, desideri di città.

Che si pensa per tre giorni quando si incontrano 5 persone in tutto? Allora era agosto, un pensare caldo, che riporta in sé, ma soprattutto si trasforma in meditazione, in uscita dalle spirali in cui ci consegna la fatica leggera dei giorni di città. Adesso sarebbe pensiero di gelo, un quadro di Bruegel senza buone case borghesi vicine. Eppure conosco il rumore della neve sotto il vibram degli scarponi, il gelo che prende quello che può mentre il corpo fuma, e l’ impressione di solitudine estrema, dove il silenzio entra dentro scavando il calore della parola. Alla fine, nel gelo e nella fatica, parli solo con te, non c’è alcun piacere, solo forza e resistenza. Il sogno del caldo non ha desideri, sembra così povero tutto quel penare delle voglie quando è vivere che conta.

Nel mio riflettere sull’età, ho ben presente il limite. Anche superarlo un poco fa bene. Credo sempre che sia un problema di resistenza, di allenamento, che, pur a mio modo, mettersi alla prova sia parte del nostro dialogo interiore. Non c’è nulla da dimostrare, solo sapere quello che si fa. Ripensando alla via degli dei, mi viene in mente lo stupore dei giorni passati senza uscire dall’ombra, coperto da una foresta che non ha più uomini che la vivono e curano. Come se la natura nonostante gli insulti, si adattasse per prendere il sopravvento, arrivare, come un secolo fa, alle porte delle città. L’appennino ha la stessa vicenda dei fiumi e dei laghi rispetto al mare, gli uni e gli altri sembrano di serie b e più facili. Anche la gente pare meno di montagna, ed invece sono vite diverse, bellezze diverse. Se penso a quel sentiero, adesso sotto la neve, mi prende una tenerezza che non provo per altri sentieri sulle dolomiti. Certamente bellissimi, eppure meno umani nel loro atletismo e scabrosità. Nell’appennino è la montagna che scende in città con tutto il suo armamentario, quasi gentilmente volesse prendere casa.