fuori

Mi ha invitato ad essere fan del suo nuovo gruppo su fb, non sono fan di niente, le ho scritto, non più da molto tempo. Ho affetti importanti, un lavoro, una squadra, anzi due per cui tenere e già questo dice molto), ma non sono fan di idee e tantomeno gruppi.

Il partito a cui sono iscritto mi sta stretto, non ci siamo mai amati per davvero, in compenso mi piacciono delle cose, dei libri, dei film, delle idee che per me sono intelligenti, dei particolari che l’occhio coglie, qualche parola. Sono molto attaccato a dei principi, l’eguaglianza, la giustizia, la libertà, ad esempio, e mi piace chi li difende. Mi piacciono molto alcune persone, per come pensano e vedono il mondo, per il piacere che mi suscita la loro presenza, posso dire di essere un loro fan? Non credo, li ridurrei a una parte di me stesso e m’interesserebbero molto meno. Quindi non sono fan di niente.

Quante storie, che ti costa, mi ha detto, lo fai per me e diventi uno in più, i numeri contano nella rete.

Appunto. 

il rating delle capre

In questi giorni passati in Senegal, mi chiedevo come le agenzie di rating giudicherebbero la banca delle capre: tripla A, A+, oppure perenne rischio di default? Credo opterebbero per l’ultima opzione, abituati come sono sono a pensare che la crescita sia indipendente dagli uomini. In questo caso, donne, perché loro sono le correntiste della banca. Loro devono trovare i 4000 CFA, i circa sei euro che saranno il loro investimento sulla capra. E possono essere tanti o pochi per chi ha poco o nulla. Loro, i bambini, porteranno le capre al pascolo, ricaveranno il poco latte, i bambini lo berranno. Servono tre o quattro capre per un litro di latte, c’è poco da mangiare anche per le capre. Il meccanismo che riconsegna alla banca alternativamente ad ogni nascita, le capre prelevate (una capra comporta riconsegnare una capra riconsegnata ogni due parti), allarga il credito ad altre donne, che stanno creando una microeconomia basata sull’orto e le capre. Oltre al baratto, in questi luoghi c’è il piccolo commercio che assicura l’accesso alle piccole cose che servono in famiglie con molti bambini. Una penna, un quaderno, i bambini sono affascinati e cercano le biro, ma soprattutto prosegue una crescita verso la scolarizzazione. Un’altra ong si occupa di sostenere e diffondere la necessità di studiare, di esserci nel mondo e a scuola si mescolano bambini e bambine. Siamo in un paese musulmano, non è così scontato, ma qui non ci sono veli, le donne vestono magnificamente senza obblighi, e sono orgogliose della loro bellezza. Le capre non crescono mai troppo, vengono vendute per carne oppure consumate nei periodi di carestia. Questo risponde anche ad un equilibrio dell’ecosistema che non tollererebbe troppi animali onnivori, che mangiano germogli, foglie, tutto quel che trovano, cartone compreso, quindi come nelle nostre campagne gli animali, sono amati, nutriti e poi consumati. Attualmente il flottante della banca dovrebbe, scrivo dovrebbe perché in quelle parti, mai nulla è davvero certo, dovrebbe essere superiore alle 4000 capre, suddivise su 12 villaggi, che dovrebbero aver generato almeno il doppio di animali viventi, quindi in totale circa 12.000 capre. Il che significa un 2500-3000, donne coinvolte. Non oso calcolare il numero di bambini, visto che sono 4-5 per famiglia. In questo viaggio i nostri aiuti specifici, per le sole capre permetteranno di acquistare subito una sessantina di capre a 20-22 euro l’una, poi con i due progetti che stanno andando avanti, altre ne verranno. L’obbiettivo è di incrementare di 150 capre all’anno il flottante. Il progetto delle capre è il più appariscente, ma altri sono ben più pesanti. Le sementi ad esempio, con questa occasione di visita sono stati forniti i mezzi per acquistare subito 60 quintali di sementi, con la promessa di ricavare ulteriore finanziamento da alcune iniziative che già a febbraio verranno fatte in Italia, m’illumino di meno, ad esempio, per acquistarne almeno altrettante prima della semina di marzo. Poi ci sono progetti sui pozzi, i mulini, ecc. ecc. Sono piccole cose, ma per 23 villaggi stanno giocando un ruolo di affiancamento nella crescita e nell’autosufficienza che deve vedere protagonisti gli abitanti.

Ci sono state diverse riunioni nei villaggi, tutte piene di festa per noi, da parte di persone che a volte neppure sanno bene dov’è l’Italia, in tutte si è parlato dei progetti di cooperazione e in ognuna ci è stato offerto il cibo. Offrire cibo, indipendentemente dalla capacità economica di chi lo offre, fa parte del principio immutabile della sacralità dell’ospite. I villaggi in cui eravamo, sono nel sud della provincia di Kolda, una parte povera del Senegal, confinante con la Guinea Bissau, paese ancora più povero, e sono luoghi in cui la carenza di cibo si manifesta con periodicità quasi annuale. Dipende dal tempo, dalla stagione delle piogge, dall’impossibilità di conservare derrate alimentare senza l’attacco di topi e uccelli e gli altri animali che considerano il territorio altrettanto loro quanto gli uomini. Nella savana il terreno coltivabile viene gestito nell’equilibrio che non può superare un certo limite per fornire legna per il fuoco, assicurare rifugio ed alimento ai predatori, frenare la desertificazione in continuo avanzamento. Non tutto si può coltivare e infatti l’ong 7A con cui collaboriamo, si oppone alla piantagione intensiva di Jatropha per fare bio diesel da esportare, ed invece propone di usare la stessa pianta per radicare il terreno e fare olio da usare sul posto per sapone, autoconsumo come combustibile per preservare legna o altro. Il problema è molto presente, perché il governo tende a dare concessioni trentennali ad aziende, alcune italiane, che pensano di mettere a coltivazione di Jatropha, migliaia di ettari, ripetendo quello che già i francesi hanno fatto, ovvero produrre arachidi destinate all’esportazione, mentre la gente muore di fame.

Capire questo equilibrio di un eco sistema precarissimo, dove non esiste autosufficienza alimentare per gli abitanti di un paese con la stessa dimensione dell’Italia, che è senza montagne ed ha 13 milioni di abitanti, con acqua e terreni fertili, ma anche tantissima savana e deserto che sta crescendo, significa entrare in una delle tante contraddizioni che in Africa sono normalità, perché l’intera Africa, è in realtà il magazzino del primo mondo e come tale non produce per sé, non si arricchisce e finisce nell’indigenza. Superare l’idea dell’intervento sulla fame ed andare verso l’autosufficienza, significa pensare che si possa agire localmente. Con pazienza, cercando di mutare lentamente costumi e rassegnazione verso la coscienza del valore del proprio territorio. Bisogna anche dire che i terreni non sono spesso di proprietà, ma appartengono allo stato e quindi le comunità che li usano  possono essere in qualsiasi momento private di questa possibilità. In Africa ci sono altri parametri, tenderei a dire che è tutto precario, ma è precario per me occidentale, non per chi ci abita e conosce le regole e le tradizioni del vivere. La banca delle capre e quella dei semi sono rispettose delle regole locali, in pratica si inseriscono in un sistema che migliora le sue prestazioni e cambia senza strappi. Come tutte le banche può fallire, quella delle galline è fallita, ad esempio, anche se riproveremo a metterla in piedi, ma ha una azione fondamentale sulla coscienza delle persone che la usano: le rendono protagoniste, responsabili. E’ un passaggio che si inserisce in un mondo che sta mutando con velocità contraddittorie, quasi incomprensibili, nel senso che convive il telefonino con l’infibulazione e il problema non è ritardare l’uso del telefonino, ma eliminare dalle tradizioni, l’infibulazione. Questo passa attraverso la coscienza delle donne del proprio valore. Una cosa piccola come le capre aiuta l’indipendenza economica delle donne, ed è un progetto che cresce, tanto che in una delle riunioni era presente la rappresentante di associazioni di donne di 21 villaggi di confine, oltre 1200 donne, venuta per capire e partecipare alla banca delle capre. E’ bello, fondamentale che questo lavoro si diffonda, che non finisca. Noi possiamo fare poco e molto assieme. Poco perché i nostri contributi sono limitati, anche se crescenti. Molto perché queste persone sanno che ci siamo, che condividiamo con loro lo sforzo di vivere cambiando, che da qualche parte in Italia, progetti comuni crescono.  Sapere che qualcuno mangerà grazie a se stesso, che crescerà bambini con una mortalità infantile minore, che seguirà quel cartello che è presente in ogni villaggio e che vedete nella foto, dà la soddisfazione di fare qualcosa che serve, quindi siamo noi che ringraziamo loro. Questo in qualche modo glielo stiamo dicendo.

p.s. mi è stato chiesto come acquistare una capra. E’ possibile farlo attraverso un versamento di 20 euro sul conto corrente intestato a Gruppo donne ponte san Nicolò, con la causale : credito rotativo delle capre.

L’ Iban è il seguente: IT12 T062 2562 7701 0000000 4258.  Il grazie è anticipato 🙂

Per maggiori notizie sull’ ong, sull’area di intervento e i suoi problemi, consiglio di leggere il sito: http://www.ong7a.org/italiano/2b-kolda.html

 

taxis

Mi piace l’idea che i nostri tassisti prendano nome dai Thurn und Taxis, che oltre a fare gli esattori e i principi (e ospitare Rilke a Duino), gestivano il servizio postale nei paesi del sacro romano impero. Mi piace perché un’ascendenza nobile giustifica l’attaccamento al passato, ai privilegi, mentre il mondo cambia e mette i villani nei castelli. Ma in realtà non è così, e le regole che valgono nel nostro paese, buone o cattive che siano, non sono assolute. Nel paese in cui ero sino a qualche giorno fa, il Senegal,  i taxi erano tantissimi e scalcinati. Si contrattava il prezzo prima di salire, il tempo per arrivare era un problema del tassista. Tutto questo in un traffico caotico, con pochissime norme, e pieno di eccezioni: bastava non farsi male. Questa è una liberalizzazione selvaggia, non priva di fascino devo dire, perché se uno ha i soldi e vuole la macchina bella, chiama un’agenzia specifica, altrimenti tutti uguali nel traffico. Lo stesso sistema non l’ho visto solo in Africa, ma in sud America, in Cina, in medio oriente, nei paesi dell’Est, ecc. ecc.  E non significa nulla, se non che i sistemi non sono immutabili e nessuno è perfetto. Così vengo a casa nostra, premetto che ho conoscenza delle cose come stanno, e quindi mi sono formato un’opinione, che non è più autorevole, ma si può fare. Bene, mi pare sbagliato che una licenza pubblica possa essere oggetto di eredità senza un limite, questo vale per uno stabilimento balneare, per un suolo con diritto di superficie, per un plateatico, ecc. ecc. quindi essa dovrebbe avere una durata, essere onerosamente rinnovata, decadere con il mancato esercizio da parte del titolare, stabilendo casomai, una prelazione nella continuità dell’attività, e così via. E’ troppo difficile? Mah, non credo, se si esce dall’età di mezzo in cui c’erano sì i privilegi regi o papali, ma anche i ducati venivano riconcessi alla morte del duca. Se una persona compra una licenza è per usarla, non per rivenderla. Magari questo principio avrà bisogno di gradualità, e questo va bene, facciamo 5 anni? Poi tutti alla pari e quando l’ esercizio della concessione cessa, farmacie comprese, si va a concorso, magari ricomprendendo una buonauscita per chi cessa l’attività. In realtà quello che non si vuole smantellare è un mercato drogato dove si vende qualcosa che ha un valore fittizio, e per mantenere il quale bisogna che cessi il libero mercato e la concorrenza. Ma se non c’è un cambiamento tangibile, in un tempo certo, come lo spieghiamo a quelli che dovevano andare in pensione quest’anno e ci andranno, forse, tra cinque anni? In realtà alcune categorie, non persone, difendono se stesse a prescindere, oltre il merito e il momento, però credo anche che generalizzare non faccia mai bene, molti tassisti non hanno redditi da professionisti, e casomai bisognerebbe cercare tra gli orafi, i bar, i ristoranti, ecc. ecc. qualche tesoro nascosto. Devo anche dire che i tassisti non hanno fatto molto per far  essere simpaticamente ligi: cosa sono quegli straccetti di carta pubblicitaria, magari di night club, che mi vengono dati per ricevuta? Più di una volta ho dovuto protestare perché non si capiva nulla, oltre l’importo, anzi un abusivo mi ha dato una ricevuta di un’altro taxi, e mica si capiva, il taxi era eguale agli altri,  poi cercando il mio telefonino smarrito ho scoperto che era abusivo. Poi perché il metodo per tariffare una corsa è il tempo e non il percorso? Perché devo pagare l’inefficienza del comune nel regolare il traffico, che è anche quello che mi impone la tariffa. Doppia beffa. E’ ora di stabilire che nessun mercato è privilegiato, che i monopoli non esistono e che gli utenti devono poter contrattare i servizi. Quanto questo costi in termini elettorali ce lo potrebbe spiegare il sindaco Alemanno, ma se i tassisti, i farmacisti, i tabaccai, gli edicolanti, i baristi, i notai, gli avvocati, i commercialisti, ecc. ecc.  sono un’eccezione intoccabile, alla fine sappiamo bene chi resta. Pagassero almeno le tasse fino in fondo, ma neppure questo è concesso verso chi ogni mese scopre che lo stipendio si decurta ed ha il rischio assoluto del licenziamento. Bisogna mettere mano al sistema delle caste, non perché questo ci porterà fuori dalla crisi, ma perché lo stato, le regole, il lavoro, i pesi e i diritti devono essere uguali, altrimenti ogni efficienza, ogni cambiamento sarà impossibile, e la gestione della cosa pubblica dovrà procedere per eccezioni. E sulle eccezioni si reggeva il sistema feudale, non lo stato democratico.

p.s. leggo che nel provvedimento del CdM i taxi sono stati tolti e demandati all’autorità sui trasporti. Tutti bravi a bastonare chi lavora a reddito fisso.

ogni giorno, per te, il mare

non essere d’altri che di te stesso

Il mare si gonfia lento, è il respiro tranquillo della gravità, che pulsa, tra una frangia di rumore, un silenzio di risucchio, uno scroscio d’ansa d’onda.

Brezza da terra, sabbia compatta, mare davanti, luce grigia, con riflessi di perla, che si diffonde ovunque.

Riposa lo sguardo dopo i colori saturi dei giorni passati, e l’odore del salso è tenue, quasi dolce. Nei mercati dominava l’ afrore della decomposizione, ci si immergeva in vicoli e capannoni, mentre la luce si attenuava, tra lamiere e baracche di legno marcio, attratti più dalla contrattazione che dagli oggetti, per poi, stanchi, uscire all’aria, felici di respirare. Ovunque, in questo mondo, c’è la violenza biologica del mutamento, e uomini, flora e animali, convivono, si mescolano, interagiscono, sommano ciascuno all’altro il proprio sapere di vita.

Tutto si somma e resta se stesso, come quest’onda che muta colore dal verde azzurro al marrone quando incontra la sabbia e, senza tema, l’abbraccia prima di posarla nell’approdo. La terra si mescola con il mare, nel silenzio fatto di fragori e non di voci, e tutto questo ha una bellezza che non si ripete eguale, ma continua e mi rasserena nella strada d’essere mio e del mondo. 

ritorno

Specchio dell’andare, il ritorno non è mai perfetto. Manca sempre qualcosa e disperdiamo ciò che serve, ma questo, che lasciamo dove amiamo, altro destino non può avere, ch’essere lasciato lì, perché quello è il suo posto.  Questo vale per le persne e i luoghi, e così, stamattina alle cinque, per poco, il sonno si è sospeso: attendeva il parlar cantando del muezzin, poi è subentrata la sensazione del letto, il silenzio, il freddo, la stanza, prima di scivolare nel sogno nuovo. Fino a ieri, il muezzin metteva fine al sonno, così strano e lieve, dell’esser via. Perché si è sempre via finché una nuova abitudine non subentra, e il sonno è un’abitudine piena di circostanze. Le circostanze di questi giorni erano suoni, rumori d’animali sul tetto e intorno ai bungalow dove dormivo, silenzi improvvisi e così strani da trattenere il fiato. I silenzi nei mondi commisti d’uomini e animali non sono mai perfetti, nel mondo antico occidentale era così, ora non ne abbiamo più memoria, il nostro è il silenzio delle macchine, quasi mai minaccioso, invece quando il silenzio subentra tra gli alberi, inquieta, è timore collettivo. E il tempo si fa lungo, lunghissimo, finché poi tutto riprende con un sospiro che è ciarlare che intreccia versi, storie di specie diverse, gridi d’uomini e d’animali, ciascuno che s’ addensa nei luoghi in cui ha deciso di stare, ma trabocca, esonda, si fonde.

Le mie sono impressioni del sentire, chissà cos’hanno sentito gli altri. Dell’Africa conosco pezzi, se conoscere si può racchiudere in quello che ogni volta mi scuote nell’andare. La mia Africa è la sensazione di sterminato che si prova nell’ approdo, l’esperienza di un luogo che si apre. Ne parlerò a pezzetti, assieme ai progetti di Cumbacarà e degli altri villaggi, ma ora sono ancora sospeso tra due mondi, con la sensazione che, ancora una volta, un pezzetto sia rimasto lì ad attendere un ritorno. Torniamo per ritrovare, ma quello che c’era si è evoluto dentro di noi, ha acquistato fattezze diverse, eppure c’è nell’aria. Mi pare, riconosco, ma ciò che riconosco è nuovo, e quel nuovo sono io che rimetto in ordine. Quand’ero bambino e tornavo dopo 5 settimane di mare, la casa, le stanze, le scale sembravano estranee, come familiari cresciuti distanti che si riconoscevano, ma non appartenevano più. Impiegavavo qualche giorno a ritrovare le abitudini, la fessura del pavimento su si giocavo, la merenda con il profumo di casa. Adesso, quando viaggio, l’estraniarsi è dai fatti, dagli odori, dai suoni, per l’appunto, più che dalle cose, ma anche dalle dimensioni delle notizie. Dopo tanto vedere privazione, già lì, la miseria ha bisogno di definizioni geografiche. Quel banale dire “non ho parole” adesso è ricerca di significato alle mie parole, ben sapendo che quello che ne uscirà non sarà la realtà, ma come io la sento. Capisco meglio il suono che muta con i popoli, la necessità che le parole abbiano significati diversi nei posti in cui si va, e mentre avverto una delle motivazioni affascinanti e misteriose delle lingue, ho la stessa testa con più cose dentro, la mia stessa lingua da precisare. Bisognerebbe far una lezione, un corso, su una sola parola, definire assieme un colore, un suono, un sentimento e un mondo si spalancherebbe. Noi ci spalancheremmo, come quelle case che non hanno finestre, ma solo zanzariere, dove la terra battuta è pulita come un pavimento in ceramica, dove le galline mangiano nel piatto di portata prima che questo arrivi in tavola, ma si capisce che accolgono, sono attente e rispettose di chi è arrivato. Le lingue servono come gli occhi, ma io ho solo i sensi ed in Senegal se ne parlano cinque, di lingue. Dal tono e dalla velocità si può fantasticare sul mondo in cui sono nate e servivano le parole, come costruzione progressiva, utensile adatto all’uopo. Le lingue veloci del lavoro e della caccia, le lingue lente del racconto, dell’educazione e del commercio, le lingue mute del sentire, intercalate dalle espressioni di gioia o sofferenza o richiesta grave. Le lingue esplosive del gioco, le lingue del parlare con gli spiriti e con gli animali, più ricche di consonanti e vocali lunghe.

Io non capisco ciò che dice il muezzin, ma quando sento il primo Allah, con la finale aperta, lunga, modulata, penso che un po’ d’amore, di regole ci dev’essere in questo mondo. Io che non sono credente, credo che il refe che unisce gli uomini scorra nel suono delle parole, che quando questo s’allarga, si aprano speranze, che inizi il giorno, sia quello vero che quello virtuale. Alle cinque non c’è invito alla guerra, ma il saluto al sole. Penso allora che ogni risveglio è una possibilità e che questo unisce quest’Africa alla mia Europa. Mi manca il muezzin, mi lasciava a letto e mi faceva allungare il corpo nel primo risveglio, tra luce e sonno. Poi veniva la fatica del giorno, ma solo poi.

p.s. adesso è presto, uscirà un po’ per volta, il racconto, cosa in fondo facile, e ci sarà la lettura di ciò che provo davvero, cosa difficile, perché tra il positivo e il negativo si tende a far bilanci ed invece dovrei solo lasciar fare al mare che disegna in continuo la mia spiaggia. Proverò.

p.s. 1 ciascuno a suo modo, mi siete mancati, non c’era molta possibilità di rete, ma tutto questo vi rendeva più reali. Grazie per gli auguri: sono serviti.

l’abitudine trattiene

Il nuovo contraddice l’abitudine e quindi non dovremmo aver paura delle contraddizioni, ma delle abitudini.

Ogni partenza è uno stare in bilico, che fa riscoprire le cose importanti che hai attorno, il tempo scivola e le valigie fanno sempre fatica a trovare il loro equilibrio. Qualcosa resterà indietro, ma si trova quasi tutto quello che serve, ovunque. Per un paio di settimane non scriverò in questo posto, sarà il tempo del taccuino e la penna. Al ritorno qualcosa sarà urgente da dire, però quello che resta davvero, emergerà più avanti, con la piena comprensione dei sensi che, tutti, erano attivi allora. Solo che hanno i loro tempi e il capire è cosa che viene poi. Ne riparleremo, intanto porto il mio ozio  altrove.

Fate quello che vi viene per star bene, a presto. 

mah

Arriva il momento in cui l’indifferenza ha questo nome. Lo rivendica perché è così. Qui le strade si dividono, perché alcuni cancellano un pezzo di sé, altri lo tengono tra ciò che sono stati e ne fanno memoria per il futuro, altri ancora si tengono indifferenti, ma percepiscono spine di attenzione dolorosa. Infine ci sono quelli che venerano la realtà e quindi vivono nel momento, in questo caso l’indifferenza è assoluta. Ognuno si colloca dove sta meglio, o forse, lasciatemi il dubbio che si ricerchi altro, che l’essere non sia sempre prigioniero del piacere e dell’utile. Credo che ci sia una sopravvalutazione dell’utile, che questo irrompa assieme al razionale dall’ homo oeconomicus, e che cerchi di organizzare le vite oltre il loro benessere esteriore. Non è sempre stata questa la teoria e non è neppure la realtà, l’uomo è altro insieme all’utile, e questo gli permette di mantenere contraddizioni senza paura. Ciò vale anche per l’indifferenza. In realtà il gran regolatore è il tempo che seppellisce ciò che non si chiude.

E se spesso si sanno pezzi di cose e nell’aria ci sono storie che sembrano, è meglio star zitti e lasciarsi confondere.

ci aggiravamo

Il mare non delude nel primo giorno d’anno, una folla propizia i giorni che verranno, percorrendo la spiaggia, la diga. Forse sono spinti dai residui della notte che ha fatto alzare tardi, oppure dai caffè chiusi, o dal sole inusuale nel suo calore in gennaio, ma comunque sia, sono davvero tanti.  Sul corso e tra le calli, solo i bar dei cinesi sono aperti, lì gli avventori sono gli stessi di sempre, persi tra bianchi e spritz, il mare ce l’hanno in testa. La novità è che le macchinette mangiasoldi tacciono, sono un po’ in crisi, mancano anche gli spiccioli. Come nel film di Segre, la barista segna nel libro le consumazioni. Pagheranno a fine mese con la pensione. Chiodi, si chiamano da queste parti, i debiti; un tempo si viveva a credito e il debito non si estingueva mai. Tornano vecchie abitudini mai spente, in questi bisogni piccoli c’è una fiducia illimitata nel futuro: accadrà qualcosa che porterà denaro e tranquillità. Intanto si beve a credito e il piacere non si rimanda. Poco lontano il flusso riempie i parcheggi sulla spiaggia, ferma le persone al sole. Ci sono tanti cani e padroni divisi a metà tra le chiacchere e il richiamo dell’animale. E’ tutto troppo, ma allegro, siamo tutti sauri al sole.

La testa torna indietro, non è importante il ricordo delle notti portate all’alba, ma ci aggiravamo da quelle parti, lì o altrove non importa, nei giorni di festa. Era un moto compulsivo in attesa di qualcosa che sarebbe pur dovuto arrivare. Non si capiva bene cosa,  perché erano desideri piccoli e forti, ben piantati nella testa, e nascondevano altro. Ma non lo sapevamo, sembrava tutto semplice, i giorni ancora incartati come regali, la vita, le vite, nuove di zecca. In quell’infinito dire, ascoltare, quello che si sarebbe voluto, si rintanava la differenza, quello che avrebbe fatto allontanare dagli altri, perché mica ce li raccontavamo davvero i segreti profondi. Non eravamo ragazze. Quelle si dicevano tutto e quando arrivavi di colpo tacevano e cominciavano a ridere e tu non capivi, ma c’entravi. Solo non capivi.

Adesso m’aggiro ancora e capire è diventata una costruzione infinita, i giorni sono ancora nuovi, dentro carte stropicciate, se mi siedo al sole, guardo in silenzio. C’è tanto da vedere, da sentire, che mi pare ci siano infinite vite da costruire e che a noi resti il compito di non stancarci, artigiani in vena d’arte. La propria. E poi è così bello che l’anno inizi con il sole, con tante persone che cercano il mare, che alla fine anche pensare, ricordare, diventa una fatica. E’ festa, ci sarà tempo.

bevo caffè, alcoolici e fumo il toscano

Tra le tante cose che non sopporto piu ci sono i concerti di capodanno, (plurali perché adesso, oltre a Vienna, li deve fare ogni teatro, teatrino, piazza di paese, fa fino e intelligente, pare). Ma non sopporto neppure la musica classica che comincia a parlare di natale a novembre, la passione secondo Matteo, a pasqua, le major che propongono l’ultimo cd di Lang Lang o Yo-Yo Ma. Non mi piacciono i concerti imbalsamati, con la musica piaciona perché la prima fila o il palco reale, sonnecchiando, possa riconoscerla nella canzonetta che cantava tanti anni fa, insomma non sopporto l’uso distorto della musica per persone che se ne fregano tutto l’anno di lei. Uso il pronome perché, per me, la musica è una persona collettiva, esattamente come la poesia, e va rispettata, considerata, ascoltata. Tutto l’anno, come si vuole e senza occasione, la musica è come la speranza e la razionalità, si esercita ed ascolta ogni giorno. I luoghi comuni anche nella musica, sono perniciosì, illudono gli stupidi e seminano altri luoghi comuni, infine assolvono dal disinteresse e dalla mancanza di intelligenza, e così occultano e devastano.  Per la diretta televisiva, un bel concerto hard rock sarebbe una buona apertura al nuovo, anzi meglio, se spostassimo il concerto del 1° maggio a capo d’anno, qualche milione di persone, tra diretta e presenza in piazza sarebbe felice, parlerebbe di futuro e magari s’incazzerebbe perché è un capo d’anno di qualcosa che, per ora, non promette nulla di buono per lavoro, eguaglianza, possibilità di crescita. Invece si insiste su questa zuppa intelligente, con una coreografia così tradizionale che neppure Zeffirelli saprebbe rendere il tutto, più mieloso e autoconsolatorio, con voci suadenti, che commentano a bassa voce, sempre con le stesse parole: i fiori della riviera, il corpo di ballo, i posti esauriti già l’anno prima. E non potrebbe essere altrimenti, perché non c’è nulla di nuovo da dire e nella sala del Musikverein si vorrebbe far rivivere un’atmosfera morta un secolo fa, ben consci, gli organizzatori, che molto più del nuovo, il ricordo e il malamente sconcluso sono in grado di spillare denaro. Funziona, ma funziona lì e sarebbe giusto lasciarla in quel posto, con tutti i luoghi comuni che si trascina dietro, con i grandi direttori, con il finto scandalo dell’introdurre nuovi brani rispetto al programma canonico, con la sua storia dal 1939 in poi,  con la Radetzkj marsch alla conclusione e tutti che da allora battono le mani a tempo (chissà se si allenano a casa), con la scelta di Strauss jr. che trascinava al ballo, e ridendo portava sfiga mentre la società scivolava verso la guerra e la sua fine. Insomma è una rappresentazione, un’icona che poco ha a che fare con la musica, il futuro e il nuovo che dovrebbe annunciarsi. Peggio, molto peggio, le copie, gli scimmiottamenti che avranno positività locali, forse, ma sarebbe meglio un concerto di zampognari, una banda in piazza, una sciamanica cacciata degli spiriti cattivi piuttosto di far finta che improvvisamente la musica sia importante davvero.

Dopo questa tirata sul concerto di capo d’anno è meglio dirlo : sono una persona a mio modo strana, non medito su quanto fatto una volta all’anno, non ho buoni propositi   conseguenti, continuo a bere caffè, alcoolici e fumare il mezzo toscano, senza eccedere il piacere nella dipendenza. Più o meno come un tempo, e se non sopporto più la fine d’anno e il suo banale inizio, dopo le epoche dei vestiti da sera, dei fifì, dei mantelli, delle bizzarrie che prescindevano dalle ricorrenze, è perché non conta davvero più. E’ solo una data burocratica, che altrove ha forti significati di bilancio aziendale da aggiustare, ma obbligo da rifiutare, assieme al vincolo collettivo di far festa. Dopo il natale, festa dello spirito per i cattolici, serviva un contraltare laico, qualcosa che incitasse alla trasgressione ludica perché non se ne poteva più e l’anno fosse davvero nuovo, come le missae jouculatores del medio evo, i carnevali a parti invertite, ma non è cambiato nulla della pressione di ciò che non va, si è solo dislocata altrove nella società, con gli stessi invariati meccanismi di subordinazione agli interessi di potere. Se la trasgressione è conformismo, che c’è da festeggiare se non c’è cambiamento, se non inizia nulla d’interiore? Questo sarebbe il vero mutare di tempo, quello che supera la confusione del leopardiano venditore di almanacchi.

L’ ottimismo non mi manca, ir- ragionevolmente cambierà, anche il nero impero della ragione dei vincoli cambierà in una nuova ragione delle possibilità.  Se l’anno si sta chiudendo, è solo un fatto burocratico, ma quello nuovo dipende da noi, dalle nostre fortune e dai limiti che abbiamo e che ci poniamo. Tutto assieme. Se posso farvi un augurio, oltre la salute, le soddisfazioni, la serenità nostra e di chi amiamo, è quello di avere passioni. Passioni di quelle importanti, illimitate, bulimiche di crescita. Passioni che facciano vedere il positivo nelle nostre storie. Passioni che prescindano dal piacere fugace, passioni forti e chete, passioni che restano.

E’ quello che auguro a me.

A 4

Col tempo si cambia anche negli oggetti dello scrivere. Adesso il mio formato di pagina è l’A 4. oppure l’ottavo di folio, il pennino preferisce il tratto medio, l’inchiostro grigio azzurro o l’avana. Sciocchezze, si dirà, eppure non tanto, dipende dalla testa credo, dalla disposizione, luogo, destinazione e dimensione delle parole, dei pensieri da scrivere. I formati più grandi esigono fantasia, libertà della mano, lo scorrere senza tema e fretta, ma soprattutto assenza di paura del bianco e del vincolo del contenuto. Nell’A 1 e ancor più nell’A 0, in assenza di un progetto, le parole si aggiungono in un collage di tratti, pensieri, colori, ma serve un tavolo, un posto fisso dove la carta, come fosse un muro, possa restare a lungo ed attendere interventi successivi. Per l’uso “portatile”, per lo scrivere, disegnare, intersecare appunti, ordinare i pensieri, va bene lo spazio medio del 210×297 .

Anche questo spazio, apparentemente conchiuso, consente notevoli libertà. Si può scrivere una semplice riga a metà pagina, contornandola di bianco, si può segmentare di testi ed intersecare di colori e caratteri, si può immaginarlo come una libertà che dalla testa continua sulla materia, quindi senza grandi vincoli.

Nello scrivere preferisco non avere un angolo canonico d’inizio, spesso inizio in alto a destra ad un terzo di pagina, ma non necessariamente. Ci sono dei rimandi, tratti diritti che traspongono verso frasi in altre parti del foglio, se si leggesse con attenzione si vedrebbe il percorso del pensiero che scarta, si muove a salti, poi si riordina. Non bado molto alla scrittura, ha sue abitudini, a volte la guardo dopo e l’osservo come muta con il tempo e l’umore. Mi piace il tratto più ampio, il carattere non piccolo, ma neppure grande, la mano che scorre libera come dipingesse. Ubbie che costano poco, manie. 

Scrivere sul foglio bianco è bello, com’è bello sentire la docilità del pennino, in queste settimane sto usando una Omas, pennino medio, caricata con inchiostro grigio blù.  Le aste delle lettere sono verticali, il foglio è leggermente sghembo, le righe di parole, diritte. Ci tengo alla scrittura orizzontale, penso rifletta come sono verso l’esterno, il nodo interiore dipanato e steso, le asole e le aste senza fronzoli. Non è una scrittura puntuta, è morbida, un po’ gonfia di parole che si aggiungono, ma che si possono scarnificare fino al limite del senso comunicativo. Togliere parole e aggettivi esige eguale impegno del gonfiare le frasi, in realtà il pensiero è lo stesso, solo che a volte serve una caraffa di succo per dissetarsi e a volte basta il profumo di un estratto. Credo ci sia un adattamento progressivo biunivoco, ovvero le parole, le frasi indossano il pensiero e questo a sua volta si conforma, cosicché quello che alla fine ne esce è nuovo, e se si evita la forma come prigionia, la sostanza ne viene arricchita.

Forse.

p.s. dai miei lontani trascorsi chimici, emergono ricordi: la tintura mi piaceva poco. Era aggressiva, con una personalità serva e forte, esigeva un uso, tingeva la pelle e le superfici, intaccava. Quelle poche volte che ho fatto degli inchiostri, la evitavo perché troppo violenta. E neppure le essenze usavo, pur sapendole generose, restavo sul confine tra vegetale e minerale, e i risultati erano incerti, però unici. Ubbie, appunto.