un cavalier dalla losca figura

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Posted on willyco.blog 8 maggio 2016

C’è un cavalier dalla losca figura e s’aggira per il mondo. È l’incipit d’un picaresco romanzo capitalista, un gioco di potere che lascia attoniti i coscienti cultori delle regole degli equilibri, è un suono di metallo, l’odor del ferro e del suo sapore in bocca. E chi lo vede? Attorno sembra importante solo lo schermo luccicante, una applicazione e lo smartphone ben carico di comunicazione. Distratti dall’affetto sparso a piene mani nelle frasi, negli emoticon, diventiamo ciechi e privi di tatto. Scorriamo la realtà col dito e così i visionari s’afflosciano. Forse impauriti dalle catastrofi che ormai s’accettano purché future (non è quanto avviene per il clima, per le piccole estinzione ridotte a numero, per la pandemia e le sue cause). Debosciano le speranze in un futuro prossimo tragicamente uguale al presente. Di supposta sicurezza ci si spegne, di presunto futuro ci si infuria, né l’uno, ma né l’altro lasciano segno. Cosicché di quel cavaliere non nasce l’epigono antagonista, colui che capisce e sa dove la lama penetra. E neppure nascono santi perché nessuno si danna più, infatti cos’è l’anima dell’occidente se non una pasciuta distesa di pornografa vista dove l’inumano diventa curiosità e il rapporto tra persone e vite, labile, forti d’incapaci tentazioni, di equilibri anoressici tra cibo e vino. L’anima satolla si spegne nelle parole ripetute, estasiate di sé e infine prive di senso che dura. Colpa come motore del mutare del bianco cavaliere e consapevolezza che gli stazzona anima, mantello ed armatura. Che lo induca a capire, a cercare assoluzione e non espiazione, a uscire dalla colpa e cambiare. Definitivamente o per un poco, cambiare. Ed allora anche un cavalier dalla trista figura va bene. Un sognatore di passato che crei il futuro e sia appassionato. Anche appiedato va bene, purché dia un’alternativa, un senso che faccia finalmente vedere dove siamo e andiamo. 

colori

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La sublime sventatezza delle tue parole mi spinge a scattare foto di piccoli bianchi fiori,
li mischio col verde e col giallo del campo, scelgo un rosmarino, l’erba già alta, il tarassaco e la viola. tutto è troppo, reclama attenzione, eppure è sempre insufficiente la tavolozza d’amore.

Però m’accontento e steso nell’erba, perdo lo sguardo nell’azzurro, lo trovo tra il bianco di nubi che abbracciano il cielo, così nel cuore tutto si fonde ed esulta.
Quel cuore che si vorrebbe pervicacemente rosso e forte, ma anche tenero e dolce, pronto alla carezza e alla passione.
Quel cuore che trova un cremisi e lo riconosce, lo tiene stretto
e aspira il fresco dell’aria, sapendo che i sensi mettono assieme la gioia e l’impossibile.

Si rende ape, il cuore, e poi uccello, ma non smette di battere con te che togli e aggiungi senza posa,
a me che sono implume a primavera, orgoglioso d’ogni estate
e nell’inverno mi metto in disparte,
In attesa di vita, come l’eterno.

pasque al mare

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DSC05317

Molti sabati e pasque li ho passati al mare. Di alcuni ho un ricordo particolare che come tutti i ricordi è più impressione che fatto, di altri mi è rimasta la sensazione che avrei preferito essere altrove. Superata l’età in cui la Pasqua aveva un significato particolare, specifico dal punto di vista religioso e quindi di per se stessa fonte di pensieri direzionati, restava una sensazione di festa particolare, però con la libertà del pensiero e quindi dell’andare, Ancora oggi faccio fatica a considerare la fede altrui come un fatto da antropologia culturale e quindi mi trattengo nel violare le intimità, i riti più ostentati, fermandomi alla soglia e facendo un passo indietro. Dove inizia ciò che per altri è importante, come non avere rispetto? Ma non ricevo lo stesso trattamento, nemmeno lo sforzo di dire qualcosa che consenta una riflessione. M’ infastidisce ricevere messaggi religiosi, citazioni di telefoniche di salmi da persone, che ti hanno messo in una mailing list perché in qualche modo sei stato importante a loro. Quando è accaduto eravamo diversi e allora questo fenomeno semplicemente religioso consumistico non c’era. In molte pasque che ho vissuto da solo o in compagnia, non c’era neppure il dato umano delle piazze davanti alle chiese gremite di persone auguranti, le mie, semplicemente si svolgevano al mare dove mio suocero aveva un villaggio. Arrivavano i villeggianti estivi a prenotare ed io che c’entravo abbastanza poco, mi godevo il mare fuori stagione.

La spiaggia era ancora ingombra di alberi e di residui della civiltà di pianura.  Cercando con attenzione si potevano immaginare luoghi e fatti d’origine dei resti. Qualche moria di polli, una buriana di novembre, un nuovo detersivo dentro contenitori in plastica dal colore inusuale, molti frammenti di giocattoli, dalle teste di bambole ai pezzi di ufo robot segno che natale aveva fatto felicemente il suo corso. C’era un pranzo particolare, molte chiacchiere, di quelle che non affondano nel personale, perché non sta bene, e parecchio vino e caffè. Così arrivava il pomeriggio e la sensazione di una giornata strana che sarebbe stata riscattata dal lunedì con qualche scampagnata per argini. Se il tempo teneva. Lì, a Pasqua, era il mare il gran protagonista, con il suo aspirare pensieri, isolare le persone in sé e lì si giocava la partita dell’utile e dell’inutile: avevo perso tempo, ero contento, l’avevo fatto per forza? Di tutto un po’ ma ciò che emergeva era la capacità del mare di riportarti a te. Questa era la solitudine del mare e devo dire che appoggiato a qualche capanna appena costruita, riparato dal vento e con il primo sole tiepido, tutto questo mi pareva una dimensione bella e positiva, che magari non c’entrava nulla con il giorno e la ricorrenza, ma apriva una alternativa alle abitudini, alle feste obbligate, alle giornate che celebrano qualcosa e passano lasciando un senso di vuoto senza nome. Cos’è successo davvero? E adesso? No, questo riportarmi a cose che io solo sentivo era un passo avanti, un senso per me. Poi sarebbe arrivata la sera e il ritorno, ma quell’angolo era mio, solo mio.

occhi che apprendono il senso da indossare

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Prima la brezza allunga l’ombra,

si scurisce il verde, e la terra bruna dipana e abbraccia le radici,

nel cortile un suono di ringhiera che vibra,

e una campana:

che strano, il suono ora è quiete.

E tra rumore di stoviglie, sera. 

Nello sfaldarsi dei soffioni,

e nella fragranza che si spande dalle fresie,

si coglie l’ordinato crescere nel tumulto delle vite.

Una finestra sbatte,

una, due volte, prima d’una voce che rinchiuda,

ma gli uccelli sanno d’esser nuovi,

nell’ incessante volo tra le case,

e in un piccolo vaso lasciato in disparte,

la menta racconta, incurante e folta,

che non è solo la primavera,

sono gli occhi che apprendono il senso da indossare,

leggono la traccia della notte che c’accompagna nel saperci un poco,

noi, imperfetti, e nudi,

dinanzi all’immeritato senza nome della vita.

limitare

Limitare i sentimenti, deviarli, portarli in un angolo dove possano essere maneggiati. Racconta la psicoanalisi che il bisogno e la sua soddisfazione recingono i sentimenti in un luogo accessibile e ripetibile. I sentimenti tendono a dissociarsi dal desiderio e legarsi prevalentemente ai bisogni. È la gestione omeostatica dei sentimenti, che esclude l’imprevisto dell’eros. 

È tutto così maledettamente complicato, interconnesso. Ci mancava la dimostrazione che gli atomi gemelli risentono del cambiamento dell’uno e dell’altro, indipendentemente dalla distanza che li separa. Entanglement si chiama e non è un fenomeno ma una proprietà: che esista un’anima della fisica?

E quella degli umani, che solo a fatica sentono, che guardano minacciosi altri umani dietro un filo spinato, dove la collochiamo?

Limitare, confinare, sperare che arrivi da dentro un salvatore. Uno che ci conosce oltre il conosciuto, che sa dove iniziamo davvero..

Michele Strogoff quando viene accecato con il ferro incandescente piange, non trattiene la paura e salva la capacità di vedere. Chi si lascia andare all’emozione, chi non vuole dimostrare nulla e accetta la propria natura, ciò che sente, conserva lo sguardo.

È questo il pericolo maggiore che si corre nel voler ricondurre tutto al compatibile: la cecità.

Sul limitare, sulla soglia c’è il passaggio, il pericolo di cadere, l’inconosciuto. Nel superare la soglia il rischio del mutare, dell’essere mutati, di superare la nostalgia dell’innocenza, di andare oltre in una nuova sconosciuta innocenza.

different posted on willyco.blog 28 ottobre 2016

monte Corno


Posted on willyco.blog 25 ottobre 2015

Dove ora fiorisce la camomilla,
l’accompagna il timo selvatico, e il cardo piumoso,
così le bacche sfolgorano
più rosse tra le pietre.
Dov’era la trincea
ora è profumo d’erbe d’autunno ,
e più avanti, sul ciglio d’infinito,
l’avamposto diruto
ancora guarda la piana.
Attorno, schegge di bianco puro calcare,
nel silenzio d’antiche granate non conta di chi fosse in quella ruga, che il declivo conquista
ricoprendo di fiori e rami spinosi,
ma lontano gli azzurri monti
e la pianura avvolta di bruma, hanno accolto allora gli sguardi
e ancora nell’aria c’è traccia
d’antica paura e speranza.
Nei giorni di limpido freddo,
luccicava l’orizzonte d’acque e riflessi, ,
ed era la bellezza
inconsapevole e cruda,
a stringere nel pugno il cuore
e la vita.

piccoli segni

Posted on willyco.blog 24 ottobre 2017

Piccoli segni. Il crepitare delle foglie troppo secche, un fruscio nel lavandino che preannuncia lo scivolare del piatto tra l’acqua saponata, L’orologio funziona come crede facendo le stesse cose. Dilatazioni e restringimenti d’anime di cose. Potrebbe essere la stagione che sciorina ottobrate senza pudore oppure il rumore di un bacio dietro l’angolo. Pulviscolo danzante nell’aria. Sole basso e rosso, che illumina foglie denudate dalla folla sui rami. Poche e meravigliose di connessioni sottili, di nervature che irradiano da una spina dorsale, poi il picciolo, già quasi legno e il ramo che s’aggrinza di strati verso un cuore tenero. Pensano al volo.

Nel bussare sui vetri la luce ha un fare sommesso e deciso, come avesse da fare altro se rifiutata. Lontano, lo so, dispongono e spingono persone dai pensieri antichi e bambini, ad accoglierla. Ma non è troppo lontano, è appena fuori le mura, nei giardini e sotto i portici. Ieri una signora ha levato il capo e sul ponte dove cadde la città e s’innalzò una tirannia, ha visto la luce danzare sull’acqua. Ti è tirata ritta sul carrettino della spesa e ha additato le scie delle anatre tra le case immerse nell’acqua: c’era un brillio di creste arrotondate, un segnare che si ricomponeva, ma intanto frangeva i riflessi e l’oro diventava verde e poi ancora oro. Bello, e immane come la natura, ha detto. Ed è rimasta a guardare verso la torre granda. Verso ovest, dove il sole racconta il meriggio e la realtà pensa d’ adagiarsi nel sogno. Attorno, s’è formata una piccola coda di attenzioni che cercavano di rubare l’attimo con un telefonino. Le scie si erano ricomposte ed ora, dietro a loro, ciottoli antichi rilucevano per attimi prima di ritornare color del ferro. Ma non le vedevano.

Il sangue ha il sapore del ferro, lo sapevi? ha detto uno dei due bambini che hanno proseguito parlando verso qualcosa che non s’intuiva. Liberi, come il pulviscolo, che parla felice e racconta, mentre attorno s’affollano piccoli segni.