riconciliare le disparate cose

Avevo tra le mani il libro di Hisham Matar, leggevo una frase sentendone la sintonia profonda. Fuori la luce si rifletteva su se stessa spinta verso il basso dalle nuvole scure che venivano dal mare.

La mattina era stata gioiosa, la manifestazione per difendere la sanità pubblica riuscita, il lungo corteo s’era disteso con i suoi cartelli, le bandiere rosse e arcobaleno, occupando pigramente la strada. Le persone sembravano contente di essere al sole e assieme per una buona causa. Parlavano, sorridevano scandendo gli slogan e li inframmezzavano alle chiacchiere e ai saluti, come fossero un lungo sonetto che assimilava le parole all’aria, all’essere assieme, alle case e alle cose. Passando per l’antico ponte dei mulini e stringendosi nel varco della porta, il corteo rallentava. Chi era sul ponte, aveva a fianco la Madonna del Carmine con il Figlio sorridente, sembravano partecipare anch’essi, come a tutte le cose che accadono in città.

Pensavo a questo mentre dal libro di Hisham Matar veniva il suo racconto di Siena, i suoi incontri con le persone, con la famiglia giordana. Nello stupore felice e nella cortesia araba , riconoscevo il gesto antico dell’ospitalità, dell’essere assieme e dell’aiutare come modo di riconoscere l’altro. Modi che troppo spesso scordiamo, come il salutare o il chiedere notizie a una persona che non frequentiamo ma che è a noi importante. Il profumo delle fresie accompagnava i pensieri ed era parte della gratitudine per avere un angolo di riflessione e silenzio. Capivo che il legame tra ciò che dovevo serenamente fare, ovvero legare parte dei molti pensieri scritti in un senso compiuto, era parte di questa calma. E anche il nuovo trovava una sua misura in cui stare con piacevolezza.

Oltre al libro di Matar avevo accanto due libri nuovi acquistati il mattino. Ne sentivo già il piacere della lettura e si era fugata l’angoscia che spesso provavo vedendo sulle bancarelle, mucchi di libri trattati come carta. Sentivo che in una biblioteca, come nello scrivere, non era importante il numero ma il percorso che una vita aveva creato, sognato e che poteva continuare a farlo con serenità e senza fretta.

Le persone , stamattina, erano luminose e sorridenti, gli abiti indecisi sulla stagione, i più vari, ma comunque appropriati. Ognuno era se stesso ed era bello stare insieme anche per il colore, il luogo e la vicinanza. Questa sensazione di equilibrio si era proiettata sulla giornata e ora, capendo meglio come si sarebbe svolto il prosieguo delle mie cose, il lavoro che mi riguardava, ritrovavo il desiderio di fare e di andare. C’era una strana comprensione interiore per ciò che ero stato e avevo fatto, con un legame che continuava a svolgersi dove mai avrei pensato, e che era un modo piacevole per riconciliare le disparate cose, strane, opinabili, certamente incongrue e inutili a un primo sguardo, ma che erano mie e me.

il libro di Hisham Matar che vi consiglio, si intitola: Un punto di approdo. Edito per Einaudi.

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