il corpo e le sue storie

Del corpo si sa poco, spesso nulla e lo si rispetta meno. Ci si dimentica che ha una sua intelligenza o forse non lo si è mai saputo. Perché è paziente, perché ci perdona: è un amante talmente accogliente a cui non serve confessare le trasgressioni, le conosce e non sarebbero capite. Così le parole si moltiplicherebbero all’infinito per spiegare qualcosa che è semplice, l’onnimpotenza presunta di vivere come pensiamo e non come possiamo. Condizione che ha un difetto: è la somma di ciò che siamo in relazione a qualcosa, cioè un insieme di speranze, ricordi, emozioni, sensazioni incomplete, desideri incombusti, attese e corse a perdifiato. E poi ancora ha tutti i sensi attivi e quindi un odore, un colore, una goccia che non voleva cadere e intanto c’era un pensiero che si agitava e riguardava altro. Da tutto questo è nato quel qualcosa che è sembrato onnipotente e c’era pure molto altro a sostenerlo, che dire allora ? Meglio restare sulle generali anche con noi, esprimere l’emozione e aiutarla con il sorriso degli occhi. Gli occhi mentono con difficoltà ma ancor più contengono quella parte di storia che non si dice e s’ intravvede agitarsi, interagire, scurire e illuminarsi di colore.

Domani, forse già stanotte pioverà, questo potrebbe essere il contenitore della storia. Mi addormenterò sentendo sul tetto la pioggia e lo scirocco flagellerà le piante sul terrazzo, scuoterà la tenda con schiocchi successivi tentando di strapparla e agitarla come una conquista al cielo. Ci sarà qualcosa che fuori sbatte, una finestra, un barattolo che corre da un muro a quello opposto, qualche parola preoccupata che esce da una finestra aperta, il tuono che s’avvicina. Tornerà il ricordo di una notte in un campeggio della costa istriana, la tenda schiacciata dalla pioggia e dal vento sino a incollarla sul corpo, l’attesa che finisse e la fatalità in agguato: che albero avrebbe scelto il fulmine? Sarei stato un trafiletto di cronaca oppure mi sarei letto bevendo un caffè al bar con una pessima briosce e un sole che cancellava il disastro notturno?

Qual era la storia, il ricordo o la giornata che sarebbe seguita? Si sa poco del corpo, anche della mente e nulla di chi ci sta attorno, di cosa pensa, perché alcuni hanno i capelli scuri e altri rossi, le motivazioni di perché ci piacciono gli uni o gli altri. Cosa racconta la storia di un pensiero fugace, che poteva cadere come quasi tutti i pensieri in quella poltiglia di immaginazioni su cui tutti camminiamo per strada, nelle stanze, nelle stazioni, ovunque passino persone e animali, e invece non è caduto, il pensiero, è diventato domanda, poi sorriso, poi colloquio, poi cappuccino, poi difficoltà a lasciarsi e saluto, sera, senso di vuoto, notte e attesa a occhi aperti nel buio. Com’è nata una storia e cosa la differenzia dall’impressione? Il fatto che tutto il corpo, non solo il desiderio, il pensiero, i sogni convergessero, ma che fin dentro il sangue scorreva veloce, che c’era voglia di muovere le gambe e una strana euforia che modellava il viso, faceva gesticolare le mani nel silenzio di sguardi stupiti, che pure sembravano aver capito tutto? Almeno così pareva, mentre era il corpo che scriveva la storia e ne parlava con sé e con un altro corpo.

E quando la storia diventava assenza, privazione, non era forse il corpo a scrivere pagine su pagine di addii che poi bruciava nella notte, nella paura della solitudine che segue l’infrangersi delle speranze. Non era ancora il corpo che si piegava e rattrappiva in sé aspettando passasse la bufera e desiderava la luce, proprio mentre la rifiutava. E non era anche quella una storia declinata all’infinito, arricchita di particolari, di luoghi dove i piedi si erano posati, di sorrisi che avevano alleggerito il cuore dalle paure che ognuno porta insieme alle felicità? Era anche quella una storia in cui il definitivo poteva diventare parentesi, l’attesa sospendersi nel cielo e verificarsi e poi accadere di nuovo, come succede negli appuntamenti. Sì era così e il corpo non era abituato al definitivo e allora si rizzava, si muoveva, faceva altro e pur senza entusiasmo, da qualche parte attendeva che semplicemente finisse e si ricominciare a vivere.

Era così che funzionavano le storie e i corpi, usando la vista per cogliere le verità e le mani per sentire le stagioni. O anche i piedi se era estate e l’acqua era fredda per la tempesta appena passata, per sentire la sabbia nuova portata da onde ora quiete. Usavano la schiena, che avvertiva la prima folata d’autunno, là sulla nuca dove il colletto non arrivava e intanto ascoltava il rumore delle foglie secche calpestate, il vento mutevole e il fumo di legna che misteriosamente arrivava da una casa calda dove di certo avveniva qualcosa: persone che pensavano, sentivano, si amavano forse, e i bimbi giocavano oppure c’erano indifferenze e domande senza risposta, precarietà. Il corpo non è precario, c’è,e sente le storie. Si atteggia per riceverle, rannicchia e distende, borbotta e ci parla, procede per analogie, ricorda, come quella volta che qualcuno piangeva e tu volevi strapparle un sorriso e non riuscivi perché il corpo voleva piangere e allora anche tu ti sei messo a piangere disperatamente e non sapevi perché. E come per gran parte delle storie, ancora oggi non sai perché esse accadano e come parli di esse il tuo corpo, ma se ti viene da ridere o piangere, fallo, lui sa perché.

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