lettera sulla solitudine

Ricordi, amica cara, che in giugno, non mancavamo di sentirci.  Negli anni in cui era facile condividere, parlavamo sorridendo di segni zodiacali, delle coincidenze sospette che metteva la vita negli amori, ma anche delle vacanze in arrivo, del sentire la vita e i pensieri che avevano una prevalenza nel nostro tempo. Dipendeva dall’umore, dalle attese, dagli amori, dal sentire che il cambiamento poteva scorrere tra le dita o passarci accanto. Mettevamo molto in comune, o almeno così ci pareva, dalla natura delle domande e alla sincerità delle risposte. C’era un fidarsi che oltrepassava il consueto e indagava in campi e persone che suscitavano il nostro comune interesse.

Così è emersa la tua assenza, il tono della tua voce, i modi di dire di cui si rideva, in questa giornata, così simile alle molte conosciute: ricca di sole, di nubi che si rincorrono e di temporali improvvisi. Per piccola viltà non mi muovo da casa e ne approfitto per raccogliere i pensieri parlando come se tu ci fossi e invece da molto non so dove tu sia, cosa faccia e chi ti sia accanto. Alcuni ricordi, delle nostre conversazioni mi sono tornati a mente e il fatto che lasciassero più dubbi di quanti ce ne fossero all’inizio era un buon segno, perché questa è la vita, ossia un accumularsi di dubbi governati da poche certezze.

Era un tardo pomeriggio, dopo una giornata di sole, da qualche parte seduti, con il profumo estivo della pelle nell’aria e la bocca fresca del ghiaccio che imperlava i bicchieri. Ti eri inoltrata a parlare della solitudine. Parlavi di te, di persone che conoscevamo, di me, vedevi le differenze, mettevi a confronto le solitudini d’indole con quelle sopportate. Parlavi della timidezza e del pudore dei sentimenti che soverchiava quello dei corpi, dissertavi sul ritrarsi come invito oppure come semplice paura e sul fatto che entrambi portassero allo stesso risultato. Ascoltavo e ti parlavo delle mie scelte, delle sensibilità che ben conoscevo, ed erano punti di debolezza in cui facilmente potevo essere ferito. Ma di te mi fidavo. E ti parlavo del coraggio, di come lo si costruisce al contrario di don Abbondio. Ero fiero delle mie citazioni, che mascheravano l’ignoranza del non aver appreso a tempo, delle mie passioni che si traducevano nel perdere i giorni in inutili cose e in quel cercare in me un codice che decifrasse il sentire e i sentimenti e li mettesse assieme con le pulsioni e i desideri del corpo, C’era un rossore incipiente nel dire troppo di me e non avrei voluto tu lo vedessi. Non ti sfuggì ma fosti discreta. Era un gioco serio, come tutti i giochi in cui si mette in palio qualcosa che conta, e se nascondevo la solitudine che derivava dalla fatica di scavare dentro, di arrivare oltre la superficie delle cose, lo facevo per essere sullo stesso piano. Per avere la stessa disinvoltura che mi pareva tu avessi e che si portava sugli amici, sui fratelli e sui genitori. Erano soli i nostri genitori, sempre così impegnati a cercare di darci quello che ci era necessario e superfluo? Cosa sapevamo realmente di loro che non fosse l’amore che ricevevamo senza condizione? Nulla o quasi, erano grandi con la testa che aveva vissuto una guerra, ci avevano fatto nascere e quindi dovevano avere una grande fiducia nel futuro, ci avevano condotto per mano insegnandoci quello che ritenevano utile a noi, non tutto quello che sapevano. Già allora avevamo capito che ciascuno ha il suo ruolo e che l’amicizia non appartiene al rapporto tra genitori e figli, ma l’amore sì. Forse erano soli e mascheravano la solitudine con la sollecitudine: avevano di chi occuparsi, noi, e se non ci educavano ai sentimenti di certo ci amavano.

I problemi sembrava, allora, facessero parte della crescita e che ci si dovesse temprare maneggiando il ferro ustionante degli amori e dei desideri, ma anche degli addii improvvisi. Tutto aveva una sua dimensione, cioè eravamo adeguati ai nostri problemi. O almeno quasi sempre accadeva, perché qualcuno che era suicidato per amore o per eccessivo abbandono e solitudine, c’era stato. Di questo parlavamo con la confidenza che poteva sfociare nel silenzio oppure nella battuta e nell’allegria che spazzava via ogni imbarazzo. Allora potevo dirti delle mie scorribande notturne, del poco sonno e tu potevi raccontarmi delle lettere lasciate in posti segreti, del pensare intensamente perché i desideri si realizzassero e dell’essere contraddetta dalla realtà. Insomma le nostre solitudini erano il germe di ciò che sarebbe stato e di cui poi ci siamo confrontati le rade volte in cui il discorso è proseguito negli anni.

C’era una parola che allora ci faceva paura ed era depressione, l’avevamo vista nel padre di un comune amico, i suoi effetti e il suo difficile equilibrio con il vivere. Per questo eravamo felici dei problemi dei nostri genitori, della risata schietta, delle piccole gioie condivise che fugavano quel male oscuro che rendeva tutto complicato e difficile per chi doveva indovinare dove erano le luci in tanta solitudine. Poi con la depressione abbiamo fatto i conti, ma credo sia stato importante, il tener da conto che l’amore, o almeno quello che per noi contava,  non era mai mutato attorno.

Ed ora quali sono le nostre solitudini. Non conosco le tue e con questa lettera che per forza parla di me, delle mie ricerche, dei malesseri e delle gioie che hanno a che fare con quanto mi accade, e con quanto mi faccio accadere, posso parlarti delle mie. Ho almeno due solitudini con cui mi convivo: quella che io cerco ed è approfondimento, terapia contro la complicazione e contro il male che sembra crescere nel mondo, Quel male che è indifferenza agli altri e assenza di una idea comune di futuro e di vita in cui le cose sia più giuste ed eque. Ci rifletto, faccio quello che posso, ma non ti accorgi anche tu che quello che con ottimismo opponiamo, ha la necessità di avere alle spalle ben più persone e impegno e senso di giustizia, di quello che circola. Se così penso dispero e invece mi rifaccio a quello che diceva Croce sull’eterno alternarsi dell’io e del noi a portare innanzi l’umanità, perché accanto all’individualismo assunto come valore in questi anni, forse per reazione, ci sono molti che si oppongono alle piccole grandi ingiustizie e portano innanzi temi che un tempo erano sconosciuti come l’ambiente e i diritti delle persone.

C’è l’altra solitudine con cui convivo, ed è conseguenza della prima. Quando si va contro corrente troverai certamente amici, ma la maggioranza farà valere i suoi giudizi e imporrà l’isolamento. L’ho ben sperimentato in passato come conseguenza a quello che sono, e a quello che faccio, e non sempre è bastato sentirsi dalla parte giusta per essere contenti o non avere dubbi e stanchezze, ma non saprei fare altro e ci convivo. La seconda solitudine, ça va sans dire, è quella dolorosa e a suo modo feconda perché attiva domande, mi fa confrontare non con la mia testa, ma con il reale. Ed è questo reale, che con il passare degli anni diventa sempre più difficile da decifrare. Oggi sapere il confine tra menzogna e verità, ovvero tra fantasia e fatti è sempre più complicato. Non so se tu ti ponga il problema ma credere in qualcosa è diventato più difficile e bisogna tener ben salda la barra delle poche verità che conserviamo dentro. Comunque la differenza tra bene e male esiste anche se ben mascherata e non dobbiamo accettare che essa diventi indifferenza.

La differenza c’è e la si vede ogni giorno attorno a noi, con la povertà che cresce, il lavoro , quello che per noi era semplice da trovare, diventato difficile e scollegato da una collocazione sociale che renda più facile conservare la dignità e la libertà. In questo sento solitudine e confusione perché le cose dovrebbero essere più nette, mentre si fa fatica a conservare un’idea che sia quello che un tempo chiamavamo riscatto dei deboli e degli oppressi. E questo è ancora più difficile e doloroso quando capisci che sono gli stessi oppressi ad essere oppressori, perché in cambio di poche speranze che non verranno mantenute diventano essi stessi nemici di chi dovrebbe essere con loro nel rivendicare eguaglianza, equità, libertà comuni. Ma questo di certo lo conosci, perché ovunque tu sia è ormai presente come tratto sociale dell’occidente.

In queste solitudini si è davvero soli e poco giova che ci sia una libertà presunta nei sentimenti quando ogni giorno è il possesso che fa una vittima, quando la differenza viene rifiutata e diventa ragione di scherno o peggio di sopruso fisico, di ferimenti, di odio. Un tempo queste verità erano sottaciute ma esistevano e noi ne parlavamo cercando di capire, ora che sono alla luce del sole, diventano difficili e comunque rendono diseguali. È un altro modo di essere soli dopo altre solitudini.

Mi rendo conto della lunghezza della mia lettera e forse avrei potuto riassumere il tutto o quasi dicendo che :

un tempo abbiamo messo assieme solitudini

e ne siamo stai felici,

ora che manca il bisbigliare sorridendo del mondo,

che i segreti restano sepolti in noi,

è il mondo che ci appare più vuoto e solo,

 

Tu avresti sorriso e mi avresti dato un buffetto sulla guancia dicendomi che ero un incorreggibile cattivo poeta. Ora non accade più ma spero che tu sia contenta di te e che il le parole di Jung ti facciano compagnia:

… “la solitudine non è necessariamente nemica dell’amicizia, perché nessuno è più sensibile alle relazioni che il solitario, e l’amicizia fiorisce soltanto quando un individuo è memore della propria individualità e non si identifica con gli altri. E’ importante avere un segreto, una premonizione di cose sconosciute”. (da Ricordi, sogni riflessioni di Carl Gustav Jung)

Penso che con tutto quello che dovremmo dirci il tempo non basterà, è per questo che siamo immortali.

E ancora sorridi come allora.

 

 

“È importante sapersi ritirare in se stessi: un eccessivo contatto con gli altri, spesso così dissimili da noi, disturba il nostro ordine interiore, riaccende passioni assopite, inasprisce tutto ciò che nell’animo vi è di debole o di non ancora perfettamente guarito. Vanno opportunamente alternate le due dimensioni della solitudine e della socialità: la prima ci fa farà provare nostalgia dei nostri simili, l’altra di noi stessi; in questo modo, l’una sarà proficuo rimedio dell’altra. La solitudine guarirà l’avversione alla folla, la folla cancellerà il tedio della solitudine.”~ Lucio Anneo Seneca ~ De tranquillitate animi (Caput XVII)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.