edifici dismessi: la legatoria



L’ultima macchina è stata piegata,
divenuta sinuosa nello spazio angusto,
ancora funziona, ma è sola e s’alimenta di curve veloci.
Poco oltre il silenzio,
mancano commesse per ciò ch’era eccellente,
ora è fuor di misura d’interesse.
Una sera, eravamo in due, a parlarne
si sentivano i passi nei grandi spazi,
rimbalzavano le voci su scaffali e soffitti,
sui tubi di aspirazione, sulle condotte colorate di rosso e di blu,
sui fasci di cavi e sulle macchine ferme.
Nel disfarsi di un progetto ci sono catene d’eventi,
e i muri assorbono tutto,
anche le macchine subiscono tutto,
gli uomini ricordano che prima accarezzavano i quadri di luci,
ed ora scompaiono poco a poco.
C’erano cento persone ora ne bastano meno di trenta
e nel rumore dei nostri passi si percepiva il non procedere,
il fermarsi che vorrebbe spiegare,
discutere,
mettere evidenze a compensare errori.
Prima che tutto fallisse,
che le vite tese nel dimostrare un valore
fossero indifferenti,
nessuno sembrava cogliere il tracollo,
ancora governava la speranza di dare un senso all’evolvere.
Questione di soldi, d’interessi, d’impazienze,
e poi la polvere ha iniziato a cadere sulle macchine,
i portoni si sono chiusi,
mentre il freddo ha investito ciò che di silente rimane,
ora dagli alti lucernari, la luce fatica a entrare allegra,
e neppure illumina, ascolta i passi,
cerca nel suono qualcosa che riporti la vita.

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