l’equinozio del laico

Finisce l’estate tra le cannonate di Porta Pia. Polvere, squilli di tromba, passo d’assalto. Sono bersaglieri. Una diceria racconta che il comandante di una delle batterie piemontesi fosse un capitano ebreo, un Segre, che doveva evitare la scomunica a quelli che l’avrebbero seguito nell’abbattere la porta. Storie. I piemontesi in armi erano scomunicati già dalla presa di Bologna del 1860 e questa seconda scomunica che avrebbe aggiunto alla prima? Lo stato laico era alla porta e il Papa si sarebbe ritirato sdegnato. Forse più dai francesi e dagli austriaci che non avevano saputo difenderlo, che da questi liberali ben poco giacobini che venivano da un piccolo regno di chiesone di mattoni rossi e molto baciapile. Mezzi francesi, massoni il giusto, mica ce l’avevano con la Chiesa ma gli serviva un simbolo laico. Roma. La stessa che era stata conquistata con una falsa donazione di un imperatore pagano, Costantino, e usata come cava di pietre e mantenuta con una altalenante, reale, presenza di Papi che aveva avuto del buono e del meno buono. La religione non è democratica e forse neppure la laicità lo è. Comunque la conquista della laicità comportò delle perdite. Da entrambe le parti, e a parte i fantaccini caduti sul campo, ci fu un’acredine nuova che divise. I nobili si chiusero nei palazzi e in segno di lutto sprangarono il portone principale, esponendo un drappo nero. Fuori, invece, bersaglieri e fanti ovunque, in frasche e osterie parate a festa, finiti a rigatoni e “fojette”. I romani non fecero quadrato, ma vinsero e festeggiarono con l’invasore. La laicità economica del regno durò finché ci furono affari da fare con l’acquisizione di proprietà ecclesiastiche, quella politica teoricamente fino al patto Gentiloni, ma già da tempo giravano voti che favoriva l’uno o l’altro dei candidati al Parlamento.

Finisce l’estate con un momento in cui giorno e notte sono uguali. In fondo questo dice la laicità, ovvero che un pensiero non ha prevalenza sull’altro, che la notte dell’uno può essere illuminata dal giorno dell’altro, che la spiritualità è faccenda personale e non di stato, ma ciò non le impedisce di misurarsi e dialogare con altro. Fosse pure la sua negazione. È questo che si è imparato oppure cresce l’insofferenza per le idee altrui e soprattutto crescono le contrapposizioni tra uomini. Un odio spicciolo, virtuale e concreto che pervade il mondo e nulla ha a che fare con il credere o meno ma piuttosto con l’assenza di un ribadire che il noi, l’insieme è un valore assoluto, che i tre principi di eguaglianza, libertà, solidarietà sono una guida laica e spirituale assieme, per le vite e gli Stati. Sogni di vecchio laico, che dovrebbe sapere che depositata la polvere di Porta Pia, già lo stato cercava assoluzioni altrove. Il nuovo è che in quest’anno molesto, la confusione continua e l’uomo si ritrova più piccolo di un pezzetto di virus. Neanche uno intero, basta un pezzetto di qualcosa che neppure sarebbe vita e tutto comincia a scricchiolare. Politica, economia, persino il clima va per suo conto. Vorremmo certezze abbiamo precarietà. Il tema è come rendere gioiosa la precarietà? Dare ad essa la possibilità d’apertura verso nuovi equilibri.

Siamo stati rintanati mentre volevamo volare, prigionieri di libertà consumate, pagatori infedeli, sudditi e poco cittadini. Fino al voto. Non è successo nulla che non fosse segretamente in corso da tempo. Il fatto è che il tempo non è solo quello cronologico, ma quello delle cose, dei fatti che lentamente maturano e pian piano si mettono in moto, scorre come lava sotto il terreno e lentamente spinge in una direzione. All’estate quella direzione non piaceva e chissà cosa ne penserà l’autunno in questo giorno equanime. Credo che abbia le sue risorse, molto tenere e laiche, perché è la stagione della vicinanza, dell’apprendere se pensiamo alla scuola, del sentire la casa dopo le vacanze strane di quest’anno. È la stagione degli amori quieti, delle mani in tasche non proprie a cercar calore, dei baci dati nella luce che scema, nell’incongruità di improvvisi calori e di altrettanto inattesi freddi. È il tempo del profumo della carta e dell’inchiostro, delle luci che s’accendono prima e del camminar più svelto. Un fumo di castagne arroste annuncia l’arrivo del bastimento di foglie seccate, del vento che le spinge come le vele di un clipper pieno di the d’oriente Gli occhi si alzano e vedono il colore che incendia gli alberi prima di consegnarli al sonno. Sul mio tavolo, piccole piante ascoltano e si chiedono se la laicità sia il vivere con lo spirito ma senz’altre regole che non siano quelle proprie e quelle comuni di un’umanità ch’è fatta di eguali bisogni, di solitudini confrontabili, di amori necessari e d’un immane non detto che ognuno porta con sé per timore del riso e del compatire, ma è in realtà ciò che tiene assieme il mondo, ovvero il bisogno e l’attuazione dell’amore. Di ciò che ci manca al riso e al pianto, di ciò che è misericordia verso di sé e consolazione, di ciò che davvero ci rende uguali e laici nel bisogno di capire ed essere compresi, amati, visti, ascoltati.

p.s. Buon equinozio a tutti voi e portate pazienza per un provar mio che seminerà di parole e sentire questi giorni.

 

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