hanno ragione

Mi coglie spesso il senso del limite. Leggo scritti di grande bellezza, vedo immagini inarrivabili per poesia e tecnica, colgo il senso del ritmo, la densità di significato, nelle poesie di chi davvero è poeta.

Questo induce la bellezza, il capire che la propria originalità può sfrondarsi degli aggettivi importanti e diventare domestica.

Parlare e mostrarsi, è concepibile con questo limite breve da superare, sapendo che l’infinito è altra cosa, ma che anche la fine della strada è altra cosa.

Per chi, scrivere o fotografare, o anche solo parlare, allora, se non per l’esiguo gruppo che legge, guarda e ascolta. E perché non continuare la ricerca del proprio, piccolo assoluto che sarà condiviso o criticato, ma avrà comunque un colloquio, un’attenzione. Scrivere, fotografare, mettere assieme impressioni in limitati versi diviene colloquio profondo con sé e con qualcuno. Basta saperlo, avere la giusta (quale sarà davvero il limite di giusto) autoironia, sapere che resterà poco più di nulla, ma resterà qualcosa. Per poco, per il tempo che dura un discorso che ci lascia soddisfatti di aver parlato e ascoltato: impercettibilmente diversi.

Quando si dice a qualcuno che si è felici del suo esistere, credo dipenda (anche) dal fatto che c’è un filo tenue che unisce ed è il comunicare reciproco. Un mettere a disposizione, assieme, con leggerezza, il senso che l’assoluto è altra cosa, ma che ciascuno ha un modo di porgere il proprio limite e che questo limite è fatica gioiosa. È il bimbo che ci accompagna che si meraviglia e mostra la sua scoperta. Non si cura se ciò che per lui è nuovo, sia o meno conosciuto, ma ne vede la bellezza per la prima volta e di questa novità vuole dire la sua gioia. Il bimbo non sente il limite, non ha timore di essere libero, si stupisce della parola nuova, sente il suono e il significato che la mette in un dire mai sentito prima e la porge. La ripete ad alta voce, l’aggiunge ad altre che la mutano e fanno un discorso, parla di ciò che sente. E sorride 

Hanno ragione, lascia perdere l’universale, accontentati di leggerlo altrove. Guarda il bello e fa in modo che ti pervada, poi quello che ne verrà fuori sarà un’approssimazione. Di te, un po’ profonda anche nella banalità, perché si è ciò che si si scopre di se stessi, non la maschera, l’apparenza, il compiacere. È il senso di un cercarsi e di un dare misura senza pudore. La nudità ingenua che mette assieme senza troppo timore, trattenendo l’eccesso, la sguaiata esibizione.

Hanno ragione, c’è troppo clamore attorno, il cielo viene ripetutamente sfondato e tutto si spegne in fretta. Approssimarsi con pazienza è un fatto personale, da condividere con pochi, con l’urgenza felice che ha ogni scoperta che facciamo su di noi, su quello che ci sta attorno, su come leggiamo la realtà.

C’è un genio minuscolo che ci accompagna e stupisce, basta ricordarsi che è un dono che portiamo dentro. È il nostro modo di crescere, e assomiglia a noi anzitutto, se poi qualcun altro lo condivide questo ci fa sentire meno soli, non meno unici.

 

 

 

 

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