l’inutile, alla fine

l’inutile, alla fine

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Avevo cominciato con quel tono di voce basso che mi viene naturale quando voglio dire qualcosa che è riservato a chi mi sta davanti. Spesso è una riflessione, o un’acquisizione faticosa, oppure un piccolo segreto che prima era stato una paura silente. Attorno c’erano le persone distratte dei bar, il tintinnare del ghiaccio nei bicchieri, le voci dei baristi che parlavano tra loro di ordinazioni e con i clienti. Noi non abbiamo le atmosfere di Carver e neppure le solitudini di Hooper, quelle le riserviamo alle chiese o ai musei di periferia. Nei bar c’è sempre un motivo per essere in parecchi, perché sono un composito rispondere alle solitudini, credo, comunque il tono della voce era basso e parlava di solitudini, di impossibilità di comunicare per davvero quello che sta sotto il primo strato di sentimenti.

Mancano le parole giuste, dicevo, perché la comunicazione si è fermata più in superficie e sotto, non aveva bisogno di avere un tramite tra realtà interiore e la sua rappresentazione. Questo, dicevo, motivava il fatto che spesso anche tra persone che si vogliono bene non si riesce a trovare il modo di dirsi la ragione dello scontento o della contentezza profonda, forse perché questa sembra non spiegabile o banale. E comunque quando si cerca di dirla le parole hanno contorni poco netti, si sente il bisogno di aggiungere parole e si fa peggio. Insomma, a bassa voce, cercavo di spiegare quello che chi scava e si cerca dentro, sa, ossia che dopo un po’ ci si ritrova con qualcuno che non si conosce appieno, ed è familiare quel tanto da tenerlo in casa, ma si capisce che è lui che comanda l’umore, che assicura le continuità, che decide se un sentimento può essere adeguato o meno al desiderio.

Parlavo di pulsioni che non si soddisfano, ma capivo che la parola sembrava più uno spintone in una direzione che un accompagnare verso un piacere o un essere più pieno. Ed era questa la consapevolezza in cui incespicavo da tempo ossia quella dell’assomigliarsi. Da lungo tempo avevo concluso che il senso della vita era un cercare di essere simili a ciò che si è davvero, e nonostante i condizionamenti, l’educazione, le regole e la necessità, l’io si contemperasse con un noi. Mi sembrava una buona strada, aveva il pregio di non finire e prometteva di stare sempre meglio con gli anni,  nonostante la memoria accumulasse esperienze, gioie finite e fallimenti, insomma quello che chiamiamo occasioni perdute. C’era sempre abbastanza novità da scoprire nel daimon che rendeva utile ma mai definitivo il passato. Questo assomigliarsi sembrava un’opera che sgorgasse per suo conto: bisognava approfondire la conoscenza ed essa veniva fuori un po’ per volta.

Questo fino a non molto tempo fa, poi mi ero accorto che bisognava partire da una domanda imperfetta con risposte parziali, ma che esigeva una risposta altrettanto parziale e imperfetta: cosa volevo per davvero e chi ero. E là sotto, passato lo strato superficiale, seguendo i meandri di qualcosa che aveva poche parole per essere definito, trovavo contraddizioni apparenti: c’era la realtà percepita da un cieco sensibile e attento che rifiutava ogni scusa o risposta inadeguata. Con lui non si poteva fingere; si poteva fare quello che conveniva, quello che era necessario, e lui, semplicemente sarebbe stato insoddisfatto, avrebbe un po’ mutato l’umore, ma non avrebbe accettato scuse. Insomma era un  motore incessante di cambiamento non di adeguamento. Non gli potevi descrivere la realtà come la vedevi, perché immediatamente ti chiedeva dov’eri in questa realtà, perché la pulsione, lo spintone di cui parlavo, era per lui un motore incessante, ricco di energia che spingeva e chiedeva dimostrazioni tangibili per i desideri.

Dicevo, a voce sempre più bassa, che in fondo noi siamo i nostri desideri per chi ci vede e che la soddisfazione o meno di essi, oltre al nostro scontento, determinava l’idea del fallire qualcosa che ci riguardava. Andava bene sublimare, ma qualche sbocco poi doveva essere trovato. Insomma facevo queste considerazioni e capivo che mi mancavano pezzi e parole, che comunicare è fatica, che muoversi in terreni che riguardavano l’intimità di noi stessi, oltre che essere riservato, diventava complicato per l’attenzione. Perché in fondo tutti vorremmo uscire dalla piscina e dire Eureka, come Archimede, e pensare che tutti capiscano subito la profondità di ciò che si è scoperto, ma in realtà altri daimon stanno stesi al sole o nuotano distrattamente, e sono compresi neri loro pensieri nell’attesa di un aperitivo o di una sera che soddisfi un desiderio.

Poi allineare tanto sentire non è mai cosa facile e per quasi tutti, credo, un’attività inutile.

 

 

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