le cose che non si dicono

L’appuntamento era stato improvviso. Un caffè nel bar in cui entrambi tornavano volentieri. Anche per loro conto. Non avevano un loro bar, ma tra quelli che conoscevano questo sembrava il più vicino a esserlo. Ogni volta la conversazione procedeva per cerchi, dal generico al particolare e poi nuovamente al generico. Non parlavano mai del tempo. Del caldo sì, visto che entrambi non lo amavano. Così anche quella volta non fecero eccezione. Lei aveva un vestito leggero, lui i jeans e la camicia aperta. Parlando, le dita proseguivano con rituali che entrambi conoscevano: lei allineava le briciole, componeva disegni, lui girava la tazzina cercando simmetrie che non c’erano. Sorridendo entrambi, si prendevano in giro con parole fitte di notizie e di vita, poi scartarono i regali, lei ammirò i libri e lui i dolci particolari che gli aveva portato da un viaggio recente. Lei chiese che in uno dei libri ci fosse una dedica e lui si mise a scrivere. Il tempo era passato, lei lesse in piedi mentre si alzavano per andare via. Sorrise leggendo e poi gli diede un bacio. Scherzarono prima di lasciarsi. E mentre in direzioni diverse proseguiva il pomeriggio, entrambi sapevano che non erano quelle le parole che lui avrebbe voluto scrivere e che lei avrebbe voluto leggere.

quasi una lettera

Avevo molte cose da scrivere in questi giorni, ma intanto gli eventi succedevano, toglievano tempo all’ordinato svolgersi della volontà, interrompevano i pensieri, e alla fine delle parole appuntate restavano solo pezzetti sparsi, connessioni che finivano in un ricordare sperato che non esiste. Credo che a volte si pensi che ciò che nasce per sollecitazione, o per meditare, o solo estro, sia come un lenzuolo che si ripiega nella testa e si mette in qualche cassetto profumato, e all’occorrenza pronto per essere trovato e nuovamente steso. Magari fosse così, invece quella tela così promettente si trasforma rapidamente in strisce, in lembi, con quel rumore di distruzione che fa lo strappare che alla fine lascia solo stracci.

La cosa mi disturbava e cercavo di semplificare gli impegni con la musica, le letture, le brevi passeggiate possibili, ma qualcosa continuava a bollire in testa e si compiva in parte, come accade nella caldare dove si vedono fumi e getti di fango bollente, e si capisce che qualcosa vorrebbe uscire, ma non così tanto da sbottare davvero. Così su questioni che non c’entravano con quello che mi passava per la testa, ho parlato, con delicatezza e determinazione, di cose che solitamente si tacciono, insomma cercavo di attenuare questa pressione tra il voler essere altrove e l’esserci, però questo non toglieva la sensazione di perdere qualcosa.

M’hanno detto molto tempo fa, quando scrivi sei incommentabile, non si capisce tutto e non si sa con chi parli. Avrei potuto aggiungere che magari avevano ragione, anche se non mi pareva, ma che se volevano essere pignoli, spesso mancavano soggetti e verbi, che i sostantivi erano mutevoli e che in realtà non avevo troppa voglia di farmi capire facilmente. Già, anche questo è vero, vale anche per le lettere? Come sai scrivo lettere, ma forse facendolo interrogo me stesso e vorrei essere in compagnia, oppure borbotto, curvo le parole per vedere se seguono l’arco delle idee. Se un discorso resta sospeso, forse lo finirò oppure lo farà chi legge, mi dico, o anche nessuno. Perché si devono sempre finire i ragionamenti? Mica sono una minestra, se non piace adesso si può anche non finire: non siamo più bambini e neppure troppo prigionieri delle regole. Così mi dicevo. Però intanto mi mancava il succedersi ordinato delle parole, il pensiero scritto. Mi sembrava che le parole che perdevo si accumulassero in un fondo grigio di gomma usata, cancellate dalla pagina interiore e appiccicate ai vestiti.

Avrei voluto scrivertelo con il tempo giusto. Iniziavo e mettevo da parte, perché volevo raccontarlo bene, come si fa con le difficoltà, con i bisogni se esiste una complicità che aiuta a lasciarsi andare. Le parole e i pensieri amputati sono il segno di una difficoltà, di un disordine, di un malstare che copre qualcosa. Ho iniziato più volte, e sembravano gli incipit di Calvino, e infatti dicevo di discussioni ardite o noiose, partendo dalle luci che affollavano un palco, oppure iniziavo a raccontare un pensiero che era coinciso con un percorso visto in un’occasione particolare, o ancora iniziavo da una quinta di case che mi aveva colpito per poi arrivare a toccare l’asincronia che esiste tra chi guarda e chi è visto, ed erano dei ragazzi seduti in riva al fiume che sembrava avessero molto da dirsi. Tutti pezzetti che adesso si allineavano su pezzi di carta ma che in realtà non dicevano quello che volevo trasmettere e dopo tre frasi mi fermavo, bloccato dal tempo che diventava troppo corto e dalla sensazione di noia e vuoto che mi trasmettevo per non riuscire a fare ciò che volevo. Tu potresti obiettarmi che sono signore del mio tempo, che non ho padroni, il che è vero fino a un certo punto perché gli impegni che si prendono sono un padrone severo se si risponde a se stessi. Dovrei anche dirti che in questo seguire gli eventi non è mancato il disturbo dei ricordi e delle considerazioni che questi sollevavano: le situazioni non si ripetono uguali, ma non poco s’assomiglia e la prepotenza di ciò che vorrebbe insegnarci qualcosa risiede più nel negativo delle analogie più che nelle felicità. Ma questo è un altro capitolo e divago.

Comunque  volendo fare più cose sono diventato disattento, svagato e nervoso. Credo sia stato per queste disattenzioni a ciò che mi era vicino che le cose mi si sono ribellate e hanno cominciato a cadere, pizzicare, rompersi o nascondersi. Insomma gli oggetti mi lanciavano segnali e sembravano richiamarmi a un maggiore rispetto per le priorità che facevano bene. Nel frattempo ho rotto bicchieri e scodelle, ho sparso più volte il contenuto di scatole che si rovesciavano proprio quando dovevo andar via di fretta, ho fatto qualche macchia più del solito e le dita erano perennemente annerite da inchiostri che sembravano litigare con le stilografiche. Potrei fare un bell’elenco degli oggetti in rivolta, dalle batterie dimenticate che avevano pianto dentro qualche oggetto che ora non s’accendeva più, alle scatole in equilibrio che si rovesciavano, dai libri  improvvisamente necessari che si nascondevano, ai sacchetti delle spazzature che si rompevano nel tragitto verso il cassonetto, insomma ho capito che se non rallentavo ciò che mi attorniava diventava dispettoso.

Ecco di questo avrei voluto scriverti, ovvero del necessario e dell’utile, del presunto e del vero, della simpatia e dell’amore, e di chissà quant’altro. Non ci sono riuscito per mia colpa, perché ho sovvertito le priorità, ho messo un accento di necessità a cose che avrebbero potuto essere scartate, mi sono piccato di esserci più di quanto era davvero necessario. Non ho applicato il mi si nota di più morettiano, che non è proprio una baggianata se si toglie l’apparire e resta il dilemma se l’esserci o meno sia importante a noi. 

Beh, di tutto questo ronzare di pensieri non scritti mi è rimasto un elenco, tanto inutile quanto suggestivo: l’allume, la polvere d’Ischia, il rosso di Pozzuoli, la terra gialla, la piombina, il bianchetto, lo zolfo, il realgar, il cinabro e l’orpimento.

Non sono impazzito, sono minerali dai colori bellissimi e pericolosi, che sgorgano dal profondo calore della terra e mi sembravano pieni di suggestione per gli accostamenti con i nostri pensieri profondi, ovvero medicamentosi nella giusta dose, velenosi nell’eccesso della disattenzione. Quello che in fondo ho fatto, e avrei invece voluto intingere il pennino nel cinabro o nel bianchetto per dar modo alle cose di essere colorate e vere.

Qui la lettera quasi finisce perché continua, come tutte le cose che non vogliamo finiscano mai.

 

 

 

allora, e adesso?

Mentre raccontava di politica degli anni ’60, di un’economia che cresceva, di officine e piazze piene, dalle parole  emergeva la spinta di molte persone con un progetto personale e comune. Era diffuso ovunque, nelle città e nei paesi. -pensavo- E dalle considerazioni, mi astraevo e veniva  l’odore che ha l’acqua del fiume, quello della pelle scurita dal sole, la sensazione di fresco e di brivido che portava un tuffo sfrontato di paura. Avvertivo l’odore dell’erba che dissecca al sole di luglio, quello della terra che si spacca e quello dell’ombra degli alberi di greto. Percepivo  lo scorrere fatto di tanti momenti immobili delle stagioni e quello veloce della strada. Il puzzo della benzina e dell’olio delle auto della provinciale, il fischio del locale che affrontava  la curva prima della stazione, la polvere di certi sentieri che sarebbe stato meglio non fare. E dal mutare del tempo veniva l’aria densa di vapore e legna secca delle cucine con la stufa economica. C’era il profumo del legno delle tavole corrose, delle sedie impagliate, dei pavimenti delle case della bassa fatti di cotto e d’abete. E veniva il profumo che la minestra dispensava prima del primo cucchiaio, il caldo pesante delle coperte d’inverno e il ruvido abbraccio delle lenzuola di canapa, d’estate.

Questo pensavo, mentre continuava a parlare di dispute tra avversari politici  che finivano nelle osterie della piazza grande. E lì, il sabato si contrattava vino e carne da macellare. Parlava di discussioni infinite nei consigli comunali,  sul Viet Nam, sullo Scià di Persia e sull’Africa che era luogo di massacri e prime indipendenze. Citava le partecipazioni silenti dei cittadini che affollavano la sala e i battimani per un intervento che sembrava riassumere tutti i pensieri mai fatti, ma che c’erano, solo che chi parlava aveva le parole per dirli.

Sentivo in quello che diceva e in quello che pensavo, un dentro/fuori che guardava la casa e il mondo, la crescita e il cammino, l’orgoglio d’essere parte di una storia comune e quello di avere idee forti e proprie.

Capivo la città che saliva verso il cielo e la pianura, la fatica del viaggiare e la meraviglia attesa. C’era un rispetto per il sapere che veniva da secoli infiniti d’analfabetismo, ma era anche la coscienza che dietro il ragionare c’era la fatica fatta  nell’apprendere e un uso del silenzio che forse proveniva da notti insonni in cui i pensieri s’attorcigliavano  alle cose importanti che il giorno avrebbe portato. Sapere era verbo e sostantivo che s’appiccicava alla persona, poteva essere trasmesso, ma comunque faceva parte del mondo in cui la fatica era più forte se esso mancava.

Il racconto continuava e si sentivano le difficoltà collettive, la scelta che veniva fatta nel votare, si percepiva l’affidarsi che includeva un patto reciproco. Grandi ideologie erano commiste alle vite, scrivevano futuri comprensibili. Ascoltare diventava naturale, si andava ad un comizio perché qualcuno spiegava la realtà, ma lo facevano anche i padri ai figli, i vecchi all’osteria, il prete nella predica. E se non era tutto buono, però anche la ribellione si mescolava agli odori di casa, avere un’altra idea poteva portare ad andare via, ma non ad uscire dalla realtà. Raccontava e chi aveva vissuto in quegli anni, sentiva un’acuta nostalgia di cose ancora da fare, di possibilità da spendere, e non era la malinconia dei vecchi ma la coscienza che una tela di sensi s’era strappata e ricucirla era impossibile.

Una parola si è infine sposata con un’altra, entrambe sembravano lontane eppure indicavano una via d’uscita: dignità ed ironia, ovvero conoscere la propria importanza ed usarla per smussare il rumore acuto che offende le idee, il sapere, le vite. 

dopo il dibattere

Poi vengono in mente le parole che potevano essere dette, quelle che avrebbero trasformato il difendersi in un trionfo. Il dibattere sarebbe stato plasmato dall’evidenza, la retorica avrebbe funzionato a dovere, e il silenzio, oh sì, il silenzio avrebbe parlato a voce così alta da lasciare ammutoliti. E invece il confronto si è risolto in un insieme di frasi smozzicate, di voci sovrapposte, di argomenti annegati in un mare di inutili parole. Tutto ha perso il segno della ragione e mentre doveva provvedere la calma, alla moda televisiva, il discutere si è trasformato in baruffa: nella confusione nessuno ha vinto, ma già questo per qualcuno era un successo. Ed è sembrato che mentre si spegneva il dibattere in un ronzare di parole, queste fossero un confuso nido di vespe, inutili e pronte al prossimo veleno.

ascoltare stanca

Ascoltare, a volte, stanca; come lavorare, ma cambia il modo di vedere le cose. Ad esempio si capisce che il sistema di evidenze costruito pazientemente, non è così evidente, che gli assiomi sono traballanti, che le vite, come le felicità, si assomigliano tutte e che per molti neppure l’infelicità è differente. Si capisce che il futuro che sembra appartenerci e così carico di noi, è tutto da spiegare e non è detto che assomigli neppure un briciolo a quello che stanno raccontando. Si capisce che i giudizi perentori sono come le simpatie, ovvero basati su un’impalpabile essenza di quotidianità distratte.

Molte persone credo abbiano pensieri brevi e penso dormano, poi si svegliano, lavorano, tornano, si prendono cura e a volte fanno all’amore. Ma non fanno solo questo, perché dentro di loro pullula un mondo che chiede di uscire e allora la scelta che hanno è tra il tacitarlo oppure guardarlo con la giusta meraviglia, chiedendosi dov’era prima tutta quella roba e di chi fosse.

È quando si mette un tappo che cominciano ad accumularsi gli anni, come appartamenti di periferia, gli uni sugli altri, nati da speculazioni arroganti che lasciano senza storia e con vite che si rimpiccioliscono. Allora chiedere ragione di un giudizio genera fastidio, la vita è in 80 mq, il resto è rumore, o spiaggia, o villaggio turistico, o l’auto che invecchia e diventa lo specchio dei motori interiori che accendono spie che vengono ignorate, si adattano, funzionano come possono. Ad certo punto c’è più memoria di uno striscio di carrozzeria che di un cambiamento sociale e così se si chiede quando è iniziata l’emergenza profughi, o quando le badanti sono diventate più convenienti degli ospizi e dei figli amorosi, gli occhi si sgranano cercando una data che in fondo non c’è. Neppure di prima dello smart phone c’è memoria e nèanche di quell’ultimo libro letto che aveva quell’autore, coso, come si chiama, sì quello che poi hanno fatto anche il film. Ma qual era la trama? Pare ma non c’è certezza. 

Allora essere governati significa farsi gestire il percorso casa lavoro in maniera più semplice, vuotare il cassonetto sotto casa, cacciare i topi e tappare le buche. E il futuro così si è risucchiato nelle vite, che hanno futuri propri e divergenti. Il giornale semina disgrazie, e forse dovrebbe mostrare una possibilità, ma quando lo si legge in internet scompare quando si spegne.

Ascoltare e scoprire che ci pare di sapere, capire che ci è stato tolto il governo dell’ignoranza: prima ci pareva di conoscere bene i nostri confini, mentre ora si capisce che la volontà di sapere non colmerà nessuna lacuna, ma in fondo sarà un fatto personale. Ascoltare, spiegare, tacere ed essere stanchi di capire, è questa la differenza di cui parlava Tolstoi? L’infelicità di non colmare le distanze tra i progetti, tra le vite, la coscienza che non ci sono toppe e tantomeno l’onnipotenza del metterle giuste. Ascoltare e capire che il reale è uno specchio infranto. E mostra tanti piccoli pezzi di presente, quindi tanti futuri, ma nessuno che ricomponga quello che era assieme.

C’è a chi viene naturale ascoltare, gli pare di imparare non sa bene cosa, si riconosce e nel capire sente un profumo di già vissuto oppure di pericolo scampato, o ancora di felicità perduta e vorrebbe pronunciarla quella parola, noi, che annoda le storie, ma non gli viene e così ascolta e annuisce.

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100 db d’infinito

 

Tra il rosa e l’azzurro corrono le rondini,

il cielo non si decide,

e il loro gridare conquista l’attimo

e lo fonde nel colore: 

è tra le case il concerto Imperatore.

E vanno a tempo come seguissero le mani di Abbado,

le dita morbide di Pollini.

mentre il suono esce dalle finestre,

e un fiume di note l’aria accoglie.

Ora il cielo beve la notte,

le dita parlano coi tasti

e sono gloria e senso, domanda e certezza,

perché sempre il genio legge l’anima,

e questo trionfo, infinito s’avvolge su chi ascolta,

e sente tale l’umano andare.

lezióso

Sovrabbondante di grazia e di dolcezza, il lezióso sta nel discorso che vuol essere seduttivo, nelle cose di cui abbondano gli scaffali delle case che si mostrano, nelle riviste di architettura e di interni. Spesso c’è il riuso degli oggetti, ora portati ad altri fini che non siano quelli per cui sono nati.

Se l’oggetto è usato dall’artista rivela un altro modo di vedere (Picasso, Duchamp, Hirst e i tanti che rovesciano lo sguardo), diversamente accade nelle case dei bricoleur  che meravigliano mostrando abilità dimenticate.

Ma c’è un altro modo di rovesciare lo sguardo, riempirlo di meraviglia fugace, e qui arriva la leziósità o il suo pericolo. Essa alligna nei loft arredati dall’architetto alla moda, diventa un ripetersi di assonanze. Dopo la prima contenuta meraviglia tutto scema in un ridondare di dolcezze eccessive. La definizione della leziósità è nella grazia esagerata e quindi innaturale, insomma nell’eccesso dell’ammiccare.

Mentre nel vedere essa è percepibile, la leziósità in politica , è più subdola, prende un altro nome diventa story telling, ovvero l’arte di mostrare le cose non nella loro realtà d’uso ma in una immaginifica alternativa possibilità.

La cosa in comune tra le leziósità degli arredatori e quelle della politica è nel costo spropositato con cui viene venduto qualcosa che non solo è vecchio ma essendo messo in una funzione che non è la sua presto tornerà ad essere inutile. 

p.s. e la mia leziosità è dimostrata dal voler mettere quell’accento acuto sulla o, mentre Keith Jarret non è lezioso, ma solo grande.