domande inopportune

Si può chiedere ad un ragazzino di undici anni cosa farà da grande, anche credergli, ma poi seguirne la volontà è altra cosa.

Cosa significa ascoltare i figli, attribuire loro una capacità di giudizio indipendente dall’età? A mio avviso è una falsa libertà. Ci sono ruoli non abdicabili, la responsabilità del sentire, capire, non solleva dalla responsabilità di decidere per altri. Ecco un effetto dell’interpretazione sessantottina dei rapporti familiari: non decidere per altri, ma lasciare che la decisione si formi per suo conto, come se le forze interne ed esterne avessero un senso positivo nel loro comporsi. Una sorta di provvidenza per laici in grado di togliere il peso del decidere. E di sbagliare. Lasciando da parte le tentazioni di veder realizzate nei figli le proprie aspirazioni frustrate, ascoltare significa accompagnare, anche contro volontà immediata. Una sorta di libertà in itinere che si fa assieme per strada dove, forse, la parte più importante è riconoscere non il merito, ma l’eventuale errore.

Certo oggi alcune scelte vengono posticipate, la scuola ad esempio, tiene lontani dal lavoro. Quand’ero ragazzo non era così, si decideva presto se studiare oppure lavorare. E non erano i ragazzi a decidere, casomai le necessità economiche, oppure la visione del futuro della famiglia.  Allo studio corrispondeva un altro tipo di lavoro. Per le differenze sociali che ciò produceva, non era giusto. Il primato di chi studiava non aveva un senso pratico, riduceva i diritti apparentemente uguali a seconda della classe di appartenenza, e segmentava la società tra culture differenti producendo la perdita di quelle considerate inferiori. Era il contrario della lezione illuministica dell’ Encyclopédie, del riconoscimento della sapienza dei mestieri, ma questo era stato il risultato della rivoluzione della merce, ovvero della rivoluzione della fabbrica. Adesso le scelte possibili nell’immaginario di un bambino si sono ridotte, e si ridurranno sempre più nel senso dell’imitazione familiare: difficile imitare positivamente un genitore precario. Ricondotte piuttosto, agli esempi esterni della società dell’immagine e dell’effimero. Per questo, oggi, forse più che allora, se si escludono i talenti innati, la scelta del lavoro non è cosa da giovani e nei padri e madri cade la necessità di capire cosa indicare, rafforzare, scegliere.

Credo che essere genitori aperti oggi, sia ascoltare, insegnare come produrre idee, come conservare ed accrescere la speranza di un mondo differente e più giusto, come lottare per quello che davvero si vuole, a partire dalla propria vita. E tutto questo costa fatica, sia per i genitori che per i figli, significa capire e poi decidere secondo la propria responsabilità. invece troppo spesso i ruoli tra genitori e figli si invertono e la volontà dei secondi prevale sulla ragione dei primi, per stanchezza ed incapacità, forse, oppure per malintesa libertà.

C’è stanchezza in giro, la fatica di vivere in un mondo precario fa cambiare i ruoli, ci si affida a ciò che accadrà sperando in un’eterna altra possibilità e questo non produce felicità.

8 pensieri su “domande inopportune

  1. Tema di assoluta attualità per me: accompagnare nella scelta trovando la misura tra ruolo genitoriale e volontà di figli.
    Direi quasi che è uno dei momenti in cui più fortemente che mai riconosco il mio ruolo di adulto educatore. In una misura non certo assoluta, ci si gioca parte della vita e del futuro; attendono impegno, delusioni, speranze, ragioni e passioni.
    E quindi è qui che sento che dovrò giocarmi bene la mia parte, affinchè sia ricchezza e vero dono per i figli.
    Insomma, chiudendo con una battuta, cercherò di mediare tra James Hillman e qualche economo di grido 😉

  2. io non lo so fino a che età possiamo decidere per i nostri figli : forse ci illudiamo di farlo per molto tempo, in realtà è pochissimo : scegliamo la scuola materna, le elementari al massimo le medie. dopo scelgono loro, vogliono una cosa piuttosto che l’altra, se penso che Camilla aveva deciso a 8 anni di fare il liceo classico per diventare archeologa, e alla fine c’è pure diventata, e poi ha fatto un master dove le hanno insegnato a far di conto e a controllare la gestione, e adesso ha scoperto che a lei piace tanto far di conto e controllare la gestione, e lavora in mezzo ai musicisti e dirige la vita di un auditorium. avrei forse potuto deviarla dal liceo classico, e farle fare ragioneria? avrei forse dovuto dirle iscriviti a economia e fai una bella tesi sulle ong , mentre lei adorava la storia persiana del IV secolo avanti cristo?…….non avrei mai potuto, nè sapevo che questa era la strada giusta. l’importante è dare gli strumenti ai figli, perchè li abbiano. e poi la vita è loro, che se la smazzino anche un pochino ehhhhh………;)

  3. Mia madre (che dai primi anni ’60 ai primissimi ’70 ha avuto 5 figli) afferma sempre più spesso che ora è molto più difficile e complicato educare figli piuttosto che all’epoca sua. E non posso che darle ragione, purtroppo.

    Allora c’erano poche regole, magari pure sbagliate, ma poche e chiare e bene o male tutti le seguivano (scuola, famiglia, ecc.)
    Mentre ora c’è disorientamento, distrazione, fatica a star dietro a tutto da parte dei genitori, ma soprattutto non comunanza di intenti tra scuola e famiglia (spesso anche per colpa dei genitori, eh!) e tra le istituzioni deputate all’educazione dei figli.

    La famiglia patriarcale (o matriarcale) aveva un sacco di difetti ma compensava con l’affetto e il sostegno.
    Un qualsiasi adulto si riteneva in dovere di richiamare un bambino se si metteva nei guai o in pericolo; ora se si impiccia (come succede spesso agli insegnanti) rischia di beccarsi una denuncia…

    E’ dura, già, molto.
    Buona serata Will e buona settimana, ciao 🙂

  4. Io per me ho posticipato la scelta fino a che ho potuto, i miei mi hanno sempre dato la libertà di fare, di sbagliare e di prendermi la responsabilità, ho deciso che avrei fatto il mio mestiere ben dopo la laurea. Mi chiedo se saprò fare lo stesso con i miei figli, di lasciare loro la libertà, non lo so. Certo che se potessi evitare loro di sputare il sangue che ho sputato e sputo, forse lascerei da parte le buone idee e sceglierei per loro.

  5. Dico spesso a mio figlio: “lasciami fare il genitore”.
    Sto attraversando con lui un periodo complesso.
    Lucido tutte le mattine le antenne, ma nello stesso tempo rimando un senso del tipo “deciditi, ora tocca a te”

  6. Anzitutto grazie per le vostre riflessioni, mi hanno fatto pensare alquanto. A come ho affrontato il mio mestiere di genitore, come ho accettato di sbagliare in conto terzi, cioè al posto di mio figlio, facendo i suoi errori e quindi non permettendogli di imparare. Non so cosa farei con lui ora, quando si è dentro l’ “azione” difficilmente si ha la percezione di tutte le variabili, certamente ha avuto molta libertà di decidere dentro un percorso che aveva degli obblighi anche per lui. Certamente ho accettato, ma con fatica, che non avesse (e quindi non amasse) le passioni che io non avevo realizzato. Altrettanto certamente, lui ha avuto più possibilità di decidere per sé, perché non c’erano i condizionamenti economici che avevo sperimentato nelle mie decisioni di gioventù. Ho sbagliato a fargli credere che sia la realizzazione di sé e la soddisfazione, il criterio con cui si prendono le decisioni, il mondo non è orientato a farci felici, ma a trarre profitto, così si è fatto la buccia da solo, anche se ho tentato di proteggerlo. Non mi pento di avergli mostrato un esempio di sognatore che pure qualcosa faceva, non avrebbe potuto essere altrimenti, la sua vita ora è fatta di decisioni che non trascurano il sogno. La sua scuola e l’università non prevedevano lavori manuali, anche le scienze non sono state ‘sto granché, credo sia stato un male, perché è una dimensione che tutti dovremmo avere. Penso abbia una notevole dose di rispetto per gli altri e per il lavoro che fanno, mi pare una buona cosa. Forse in parte ha seguito e segue i suoi talenti, ma fa i conti con il precariato che frustra la crescita di quelli che sono solo intelligenti. E’ ottimista, mi pare una gran cosa.
    Però tutto questo è avvenuto per merito suo oltre che di noi genitori, e forse quello che ho imparato è che io posso sbagliare e lui può aggiustare, che riconoscere gli errori e la buona fede nel commetterli, è un modo per esserci ed essere attenti nel decidere.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.